“C’è un modo filosoficamente angusto e politicamente digiuno di guardare all’intelligenza artificiale. È quello strumentale (si tratta solo di tecnologia, intelligente o stupida a seconda dei casi), dicotomico (noi umani vs le macchine), antropocentrato (tenere l’umano nel loop, al centro e in controllo), allineante (rispetto dei valori umani) e dominante (all’umano spettano le decisioni) di un certo umanesimo. Si accompagna sovente anche ad una ingenua e consolante <anestetica dell’etica>. E ce n’è, invece, uno più filosoficamente educato e planetariamente avvertito, direi, che interpreta in maniera complessa e sofisticata il passaggio epocale di cui stiamo facendo esperienza. Un umanesimo, quest’ultimo, capace di cogliere lo statuto di provocazione culturale e intellettuale di quanto la tradizione chiama <intelligenza artificiale> nella lunga durata della civilizzazione umana. C’è, allora, un modo più profondo di leggere il momento attuale. È quello dell’occhio lungo dell’evoluzione culturale e cognitiva della civiltà, dell’intelligenza del lavoro e non solo biologica, dell’intelligenza sociale e non solo strumentale, dell’intelligenza planetaria e non solo antropica. Che è sempre, per l’appunto, insieme umana e oltreumana. Una short list personale di letture consigliate in caso di interesse …” (Accoto, 2024, postilla a The Latent Planet)

