Di filologia e crittografia (Accoto 2022)

Nuovamente in onda ieri su RAI 1 ieri in seconda serata intervistato da Barbara Carfagna per un’altra puntata di Codice. Questa volta abbiamo parlato di nuove ere inflazionarie dei media, di sorprendenti regimi di verità e falsità, di simulazioni e sintesi, di avatar e wallet, di filologia e crittografia e dell’innovazione culturale necessaria ad affrontare con maggiore consapevolezza, tra rischi e opportunità, l’età d’oro della simulazione. Potete rivedere l’intera puntata su RaiPlay (e le mie altre due precedenti su metaverso e su cybersicurezza) e grazie di nuovo agli autori e alla produzione per questo invito e l’ospitalità calorosa!

 

Di dummy e avatar (Accoto 2022)

“Dai dummy analogici (tipo i manichini che usiamo per i crash test) agli avatar virtuali (come i nostri corpi digitalizzati nel metaverso): qual è, dunque, il lavoro culturale (economico, sociale, politico) svolto dai nostri proxy passati e da quelli futuri? Tra surrogazione e virtualità, quanto siamo pronti a questa nuova ‘invasione degli ultracorpi’? Il mondo dei manichini fisici non è stato un mondo perfetto (si discriminavano i corpi per genere, ad esempio). Il mondo degli avatar e dei gemelli digitali anch’esso non sarà perfetto. Il nostro compito è quello di ragionare filosoficamente e criticamente sul senso e sul valore delle nuove esperienze virtualizzate e delle soggettivazioni surrogate. Per poter orientare e costruire al meglio questa nuova terraformazione in corso” (Accoto, 2022)

Fiducia, sfiducia e rischio nella computazione (Accoto 2022)

Il tema del trust/distrust nella computazione e nella programmazione diventerà sempre più centrale e ineludibile per la nostra società, economia e politica. Dalla costruzione di una “trustworthy AI” anche robotica all’implementazione del “trustless protol” della blockchain, dalla pratica della “zero trust security” in cybersicurezza al monito del “trust-no-one” per media sintetici, deep fake e infowar alla realizzazione della futura “trusted” quantum internet, la civiltà digitale è chiamata con urgenza a immaginare filosoficamente e a costruire ingegneristicamente nuovi contratti e sistemi sociotecnici fiduciari, affidabili e sostenibili. La fiducia computazionale, dunque, sarà uno dei pilastri rilevanti della nuova terraformazione digitale del nostro presente/futuro e del nostro pianeta. Potremmo anche azzardare che, per la società, sarà il tema chiave. Al di là delle specifiche questioni (esplicabilità dell’intelligenza artificiale, immutabilità della blockchain, vulnerabilità nella sicurezza informatica, virtualità degli umani digitali e delle esperienze estese dentro i metaversi, novità paradossali dei simulatori quantistici) c’è la questione primaria e fondativa della fiducia nella computazione (trusted computing). Fiducia, cioè, che i sistemi (programmi, algoritmi, protocolli, dispositivi) si comportino in accordo con le nostre aspettative e per come dovrebbero comportarsi in una relazione fiduciaria tra parti, cioè con correttezza ed equità, in sicurezza e genuinità, tempestivamente e efficacemente, ecc. Che si tratti di fiducia implicita o esplicita, distribuita o ancorata, transitiva o intransitiva, sarà necessario affrontare e sciogliere le molte crisi (epistemiche, istituzionali, securitarie) causate da perdita di fiducia nella tecnologia. Trust e technology, dunque, nuovamente al centro. Come ri/costruire, allora, nuove forme di affidabilità e nuove strategie di affidamento dentro un’insicurezza ontologica nativa della computazione e della programmazione? Perché, ad esempio, le pratiche di cyberinsurance, di assicurazione informatica, storicamente adottate sembrerebbero non funzionare come argomenta Wolff in Cyberinsurance Policy? Di quale innovazione culturale abbiamo ancora bisogno per poter mitigare al meglio i rischi sociali (tra collassi e attacchi) connessi alla fiducia computazionale? (Accoto 2022) 

Fallibilità e vulnerabilità del codice (Accoto 2022)

“Tra cyberguerra e cyberpace, esiste una qualche esperienza della programmazione che possa dirsi e farsi sicura? E se, dunque, non esiste alcuna programmazione che possa farsi sicura e possa dirsi al sicuro, che cosa rappresenta filosoficamente questa insicurezza ontologica? Possiamo considerare ad es. gli attacchi alle forme della scrittura della nostra contemporaneità (alla programmazione) un’innovativa forma contemporanea di decostruzione filosofica? Semplificando, se consideriamo la programmazione, il codice e i programmi software la forma particolare di scrittura del nostro presente, allora la guerra informatica, nelle sue varie e cangianti forme, può rappresentare una sorta di contemporanea filosofia decostruttiva operata con altri mezzi? Come per i processi decostruttivi filosofici più tradizionali la guerra informatica (ma non solo essa) replica una specifica logica: attacca una testualità, dice Justin Joque. In questo caso quella della programmazione. Un attacco al testo-codice, non più al testo-libro. Se consideriamo le linee di codice che reggono la nostra società come razionalità testualizzata, allora un’intrusione dentro quella scrittura è un atto di scardinamento filosofico-decostruttivo del nostro reale. Ma insieme agli attacchi esogeni, le vulnerabilità di questa nuova scrittura-codice del mondo sono però anche costitutive e connaturate. Così, ad esempio, le operazioni di rifattorizzazione del codice sono chiamate a rivelarne l’intricatezza nascosta e a rimediare alla sua degradazione nel tempo e nella scala. Speculativamente e operativamente il refactoring del software è una pratica arrischiata e vitale, indesiderata e inevitabile al tempo stesso. È evocata a preservare la familiarità umana con un codebase ingigantito da servizi e applicazioni riducendone la complessità non necessaria ed aumentandone la performatività (senza mettere a rischio il suo funzionamento, ad es., svegliando bug dormienti tra milioni di linee di codice). In qualche misura, è esperienza ed esercizio di introspezione macchinica, insieme confessionale e penitenziale. Questa ristrutturazione del codice esistente (re-factoring), dunque, si fa carico della leggibilità degradante della scrittura/fabbrica vivente del mondo. Più filosoficamente, il refactoring avverte e affronta, dunque, il rischio della programmazione (del coding) come scrittura degradabile e indecifrabile del mondo. Dunque, un rischio interno di fallibilità (fallibility) e uno esterno di vulnerabilità (vulnerability). Una scrittura che rischia, dunque, l’essere del mondo. Saper leggere questa (degrazione della) nuova scrittura vivente del mondo richiederà uno sforzo di simulazione ingegneristica tanto quanto di speculazione filosofica. Perché il software non è solo un asset, ma una liability. In guerra e in pace” (Accoto, 2022)

La mia trilogia al MIT (Accoto 2022)

[memorie] sei anni fa iniziava un’avventura oltreoceano che mi avrebbe portato con un visiting appointment al MIT per la scrittura del mio primo saggio tecno-filosofico: “Il mondo dato”. Dovevano essere solo pochi mesi da trascorrere nel campus e tra i laboratori, ma col tempo, le occasioni e il super supporto e l’incoraggiamento del prof. Alex Pentland sono diventati sei anni intensissimi che continuano ancora oggi con una research affiliation e una fellowship. Anni che hanno prodotto, tra le altre cose, una trilogia pubblicata da Egea la casa editrice dell’Università Bocconi e costruita su rotte e lande filosofiche arrischiate e inesplorate (un trittico su filosofia della programmazione, dell’automazione, della simulazione). “Il mondo dato” (2017), “Il mondo ex machina” (2019) e “Il mondo in sintesi” (2022) sono i figli indisciplinati di quest’avventura per me incredibile a contatto con menti e mani di talento straordinario. Ne sono scaturite più ancora connessioni, progetti, traduzioni in altre lingue, scambi e conoscenze e molto altro. E grazie ai miei super instructor al Media Lab, MIT Sloan School of Management, CSAIL, tra cui Silvio Micali, Lex Fridman, Marshall Van Astyne, Neha Narula e moltissimi altri e altre che sarebbe lungo citare. Ma sorprendente anche incrociare in ascensore e nei corridori Tim Berners-Lee e Richard Stallman. Nel riguardare, in questo anniversario, la prima foto di quell’inizio d’esperienza (21 luglio 2016), torno ad essere felicemente pervaso da quello spirito pionieristico di azzardo e rischio, di novità, sorpresa e gioia di allora. Sentimenti che ripagano delle dure fatiche della scrittura e del pensiero (e di una vita complessa e imperfetta spesa tra due continenti e poi infine con una pandemia di mezzo). Con l’occasione, devo un grazie, naturalmente, anche a tutti e tutte coloro che nel tempo hanno apprezzato e promosso, in tutti i modi possibili, la trilogia. Un pò stanco, ma felice. Grazie!

Leggere filosoficamente il codice (Accoto 2022)

[book] Letture filosofiche domenicali: “Software as Hermeneutics” (2022).
Felice di vedere uscire e poter leggere nuovi saggi che affrontano lo studio del codice software in una prospettiva filosofica. Come avevo scritto nel primo saggio della mia trilogia, “Il mondo dato”, dobbiamo approfondire l’analisi filosofica di questa nuova scrittura del mondo che, come ha argomentato Galloway nel suo recente “Uncomputable”, non è mero λόγος ma sofisticato ἔργον. Semplificando, non solo discorso, ma lavoro. Non solo parola, ma azione. C’è, dunque, un’ingegneria e c’è un’ermeneutica del codice software. C’è un’ingegneria e una filosofia della nuova scrittura/fabbrica eseguibile del mondo. Allora, in che misura possiamo dire di aver compreso in profondità l’ontologia del codice? Cosa abbiamo capito speculativamente e culturalmente della programmazione e dell’ingegneria del software? E, poi, cosa sono filosoficamente tactical forking, code volatility, software containerization, service granularity? Sempre più la capacità di forgiare e incorporare software nel mondo sta diventando vettore competitivo differenziante per imprese e organizzazioni. Perché filosoficamente e operativamente scrivere codice è evocare e arrischiare mondi all’esistenza. Così le stringhe di programmazione sono in realtà linee di costruzione ed esecuzione del reale. Tuttavia, la fabbrica del codice software non è (solo) la sua produzione informatica. Paradossalmente, la sua fabbrica è (anche e soprattutto) la sua ingegneria logistica che è, insieme, prima interna alla macchina per riscrittura di linguaggi e poi esterna alla macchina per incapsulazione nel mondo. Imprese e istituzioni se vogliono giungere a maggiore consapevolezza circa la civiltà e l’economia digitale devono riuscire a promuovere questa innovazione culturale e filosofica. Dunque, non solo programmazione e coding, ma software theory e code philosophy … (Accoto, 2022)

Dai pixel ai voxel. Un’intervista a Codice (Rai1)

[TV] è partita la nuova stagione televisiva del programma CODICE. Così ieri ero su RAI1 nella prima puntata intervistato da Barbara Carfagna. Abbiamo parlato di metaverso e realtà estese sintetiche e simulate, di pixel e di voxel e molto altro tra potenzialità e vulnerabilità. Se avete perso la puntata (molto interessante, ricca di contenuti e ospiti ed esteticamente curata), la potete rivedere per intero e liberamente sul sito di RaiPlay. Un grazie per l’invito e l’ospitalità calorosa!