Cryptoasset: cos’è un “oggetto-valore” digitale? (Accoto 2018)

L’economia digitale, paradossalmente, manca di un’analisi filosofica profonda di cosa è un “oggetto digitale”. Una lacuna che rischia di aggravarsi nel momento in cui vengono emergendo criptosistemi che di un’economia della creazione, conservazione e circolazione di oggetti digitali fanno un utilizzo intenso oltre che la ragione prima della loro esistenza. Più in specifico, creazione, conservazione e circolazione di “oggetti-valori” digitali senza duplicazione inflazionaria (scarsità digitale) e senza centralizzazione fiduciaria (trust protocollare). In sintesi estrema, questa è la natura e la finalità dell’emergente paradigma culturale e protocollo tecnologico popolarizzato con il termine di blockchain e, più complessivamente, di un’economia “post-bizantina”, come l’ho chiamata provocatoriamente. Nel caso della neonata criptoeconomia, questi oggetti-valori digitali prendono l’etichetta complessiva di “cryptoasset” e sono categorizzati in entità differenti. Vari i criteri di qualificazione così come i modelli interpretativi, oltre che in costante evoluzione.

Le classificazioni correnti sono orientate ad individuare tre macro-gruppi con proprietà distinte: a) security o investment token; b) utility o network token; c) currency e commodity token. Si trovano anche, a complicare il panorama, altre etichette o specificazioni: per security token (share-like, equity, fund, derivate, ownership token), per utility token (application, infrastructure, governance, work, burn&mint token), per currency token (native coin, payment token, stable coin, transaction coin) e così via. In alcuni casi si tratta di varianti lessicali. In altri casi siamo di fronte a oggetti-valori digitali con proprietà -ad esempio legali- anche molto differenti tra loro. Alcuni analisti semplificano individuando solo due gruppi di oggetti-valori digitali: i token da investimento e i token da utilizzo. Anzitutto, però, chiediamoci: cosa è un “oggetto digitale” e qual è il suo modo di esistenza? Qual è l’ontologia di un oggetto digitale, direbbero i filosofi? E in che senso (e se e come) si distingue da un oggetto naturale e da un oggetto tecnico?

O, per essere più concreti, quando Satoshi Nakamoto scrive -nel suo paper fondativo del protocollo di rete Bitcoin- “definiamo una moneta elettronica come una catena di firme digitali”, che statuto ontologico dobbiamo assegnare a questo oggetto digitale (catena di firme digitali) progettato dal suo creatore per fungere da moneta? ….

(Accoto 2018, work in progress)

From API to ACI: platforms and smart contracts

Dalle APIs (application programming interfaces) alle ACIs (application contracting interfaces)

“Contracts in themselves have also not been formerly perceived as boundary resources, in the sense that the network effects of a platform ecosystem could be boosted by opening up so-called application contracting interfaces, ACIs (cf. application programming interfaces, APIs). This would enable the creation of more highly automated digital contracting mechanisms, process automation that reaches further beyond companies’ own information systems, as well as more automated and more dynamic networks of contracting parties” (Expanding the Platform: Smart Contracts as Boundary Resources, Lauslahti et alii, 2018)

The Deep Learning Revolution (MIT Press 2018)

The Deep Learning Revolution, MIT Press, 2018 – forthcoming
“In this book, Terry Sejnowski explains how deep learning went from being an arcane academic field to a disruptive technology in the information economy. Sejnowski played an important role in the founding of deep learning, as one of a small group of researchers in the 1980s who challenged the prevailing logic-and-symbol based version of AI … Sejnowski prepares us for a deep learning future”

Blockchain: logiche del registro e filosofie del tempo (Accoto 2018)

La necessaria focalizzazione sulle meccaniche ingegneristiche della tecnologia blockchain rischia di sotto attenzionare le dimensioni filosofiche fondative di cos’è un “registro”, insieme alle logiche temporali che istanzia e alle sue implicazioni socioculturali più ampie.

Il registro nella sua forma più astratta è storicamente una tecnologia della memoria sociale dello stato del mondo in un dato momento. Ha dunque, primariamente, una funzione “epistemica” in quanto è in grado di creare e conservare, ad ogni dato momento, la conoscenza e la verità dello stato di entità e relazioni nel tempo. Ma ha anche una funzione “istitutiva” in quanto a partire da quello stato di conoscenza e verità consente di attivare e validare cambiamenti futuri dello stato delle cose. Funzione epistemica e funzione istitutiva sono a loro volta intrecciate a logiche temporali.

In uno schema semplificato e seguendo alcune prime suggestioni, proviamo ad esplorare e ad accennare sia pur brevemente, a queste dimensioni temporali che incrociano ingegneria del registro e filosofia del tempo.

Primariamente, la blockchain è chiamata a istanziare una logica filosofica temporale cosiddetta “incrementista” (i filosofi del tempo la chiamano growing block view o teoria del blocco crescente). Il presente -che nell’attuale blockchain di Bitcoin dura circa 10 minuti, cioè il tempo di produzione e pubblicazione di un nuovo block– è rappresentato dall’ultimo blocco pubblicato che è il margine accrescitivo (ultimo fino a quel momento) di una catena di blocchi a solo accodamento di dati. Il passato -catena dei blocchi ad un dato tempo- non si può modificare così come accade, in effetti, anche per il passato storico tout court (è sentimento comune che non si possa cambiare quello che è accaduto). Le transazioni -nel nostro caso, ad esempio, gli scambi di bitcoin- persistono componendo il catalogo complessivo delle entità digitali create, conservate e circolate fino ad un dato momento. Il loro modo di esistenza in quanto oggetti digitali può variare nel corso del tempo: inputoutputunspent transaction output o utxo….

Con gli smart contract, invece, la blockchain è chiamata a istanziare fortemente anche un’altra logica filosofica del tempo, quella che potremmo chiamare “erosionista (i filosofi del tempo la qualificano come shrinking block view o teoria del blocco decrescente). Nella blockchain di Ethereum questa dimensione è particolarmente visibile. Potremmo dire, allora, che il presente – che nella blockchain di Ethereum dura pochi secondi (5-30), cioè il tempo di produzione e pubblicazione di un nuovo blocco- è il margine attuale della catena di blocchi a venire che viene erosa, progressivamente, in relazione ai futuri possibili emergenti. C’è naturalmente ancora la dimensione incrementale, ma quella proiettiva e oracolare con codice software che istanzia logiche di business (ad esempio: if this, then thatrun until that…) aggiunge nuovo valore. Tipicamente, gli oracoli (oracles, sono fonti informative terze, esterne alla blockchain che alimentano i contratti intelligenti) contribuiscono con i loro dati all’emergere di questi futuri potenziali. Notificando gli eventi trigger agli smart contract, erodono il nuovo blocco dal futuro portandolo così verso il presente e poi il passato….

(Accoto 2018, work in progress, continua)

Oltre l’esperienza e verso l’ex-perienza (Accoto 2018)

Ripensare filosoficamente cosa sono gli “oggetti” in un mondo digitale. Due design thinker di calibro come Redstrom e Wiltse alla ricerca di nuovi modelli speculativi per superare il concetto di oggetto e di esperienza (in linea col mio “Il Mondo Dato”). In attesa dell’uscita a settembre 2018 del loro nuovo “Changing Things. The Future of Objects in a Digital World”, dalla loro prospettiva di ricerca: “Taken to an extreme, these traditions suggest that when the ostensive experience of a thing is adequately accounted for, there is not much more to be said about its role in human affairs. However, this is no longer (if it ever was) the case as we attempt to get
 a grip on contemporary things. On the contrary, relying on user experience as an analytic frame occludes much of what goes on with and through such things, and the significant structural and functional elements that exist beneath the surface of what is perceivable on their user-facing surfaces … Getting a grasp on
 these fluid assemblages in order to responsibly design with and within them requires moving beyond the anthropocentric viewpoint of traditional user-centered design -even as it is precisely human experience and integrity that we care about”