Philtech and Design Thinking

L’analisi filosofica sempre più necessaria a supporto del lavoro del design e business thinking. Cosa sono e cosa divengono le “cose” con la rivoluzione tecnologica in atto? Il design thinking alle prese con la filosofia degli oggetti per riuscire a dare senso agli artefatti digitali, smart e connessi e alle relazioni esperienziali e sociali innescate. La prospettiva di Redstrom e Wiltse nel loro ultimo saggio “Changing Things” appena pubblicato e in lettura

Bits to Bitcoin (2018)

“Software, processes, computations—these are some of the conventional terms for the most important “stuff” in this domain. Regardless of the words we use, the software has an intriguing dual nature. On one hand, software is something real that can affect the world directly; on the other hand, in some ways software is just the shadows cast by computational engines as they run. As other writers have observed, programming is more like the casting of magic spells than like writing literature or building machines. The effects of programs can take place without the participation of a reader, in contrast to the nature of literature; but the material of a program is more like the words of a novelist than like the physical materials of other engineering disciplines” (Mark Stuart Day, Bits to Bitcoin, MIT Press 2018)

Cryptoasset: cos’è un “oggetto-valore” digitale? (Accoto 2018)

L’economia digitale, paradossalmente, manca di un’analisi filosofica profonda di cosa è un “oggetto digitale”. Una lacuna che rischia di aggravarsi nel momento in cui vengono emergendo criptosistemi che di un’economia della creazione, conservazione e circolazione di oggetti digitali fanno un utilizzo intenso oltre che la ragione prima della loro esistenza. Più in specifico, creazione, conservazione e circolazione di “oggetti-valori” digitali senza duplicazione inflazionaria (scarsità digitale) e senza centralizzazione fiduciaria (trust protocollare). In sintesi estrema, questa è la natura e la finalità dell’emergente paradigma culturale e protocollo tecnologico popolarizzato con il termine di blockchain e, più complessivamente, di un’economia “post-bizantina”, come l’ho chiamata provocatoriamente. Nel caso della neonata criptoeconomia, questi oggetti-valori digitali prendono l’etichetta complessiva di “cryptoasset” e sono categorizzati in entità differenti. Vari i criteri di qualificazione così come i modelli interpretativi, oltre che in costante evoluzione.

Le classificazioni correnti sono orientate ad individuare tre macro-gruppi con proprietà distinte: a) security o investment token; b) utility o network token; c) currency e commodity token. Si trovano anche, a complicare il panorama, altre etichette o specificazioni: per security token (share-like, equity, fund, derivate, ownership token), per utility token (application, infrastructure, governance, work, burn&mint token), per currency token (native coin, payment token, stable coin, transaction coin) e così via. In alcuni casi si tratta di varianti lessicali. In altri casi siamo di fronte a oggetti-valori digitali con proprietà -ad esempio legali- anche molto differenti tra loro. Alcuni analisti semplificano individuando solo due gruppi di oggetti-valori digitali: i token da investimento e i token da utilizzo. Anzitutto, però, chiediamoci: cosa è un “oggetto digitale” e qual è il suo modo di esistenza? Qual è l’ontologia di un oggetto digitale, direbbero i filosofi? E in che senso (e se e come) si distingue da un oggetto naturale e da un oggetto tecnico?

O, per essere più concreti, quando Satoshi Nakamoto scrive -nel suo paper fondativo del protocollo di rete Bitcoin- “definiamo una moneta elettronica come una catena di firme digitali”, che statuto ontologico dobbiamo assegnare a questo oggetto digitale (catena di firme digitali) progettato dal suo creatore per fungere da moneta? ….

(Accoto 2018, work in progress)