Di agenti, macchine e sistemi automatici responsabili (Accoto 2021)

“La questione della responsabilità attraversa e interessa anche il discorso filosofico da tempo. Oggi sempre più si intreccia alle rivoluzioni tecnologiche che stiamo vivendo. Di più, direi. Queste ultime -e tra queste gli sviluppi dell’intelligenza artificiale- impongono proprio un ripensamento dei più tradizionali e consolidati orizzonti di pensiero. Dalla responsabilità individuale nel presente del soggetto agente di Max Weber all’apertura alla dimensione della responsabilità del futuro e planetaria di Hans Jonas, per citare tra i molti due momenti recenti nella concettualizzazione della responsabilità, il pensiero filosofico ha dovuto affrontare ogni volta e nuovamente l’analisi di un concetto estremamente rilevante e distintivo per l’agire umano. Ma è ancora solo umano? In che misura, oggi, questa idea e pratica di responsabilità è erosa -e scardinata fors’anche- da forme tecniche e artificiali di agentività a cui sono demandati controlli, operazioni e decisioni? Secondo quali nuovi orizzonti di senso stiamo progettando la cosiddetta responsible AI? Come si ridisegna la responsabilità nell’era della neoautomazione? Chi, per cosa, a chi e come sarà chiamato a rispondere e per converso chi o cosa verrà deresponsabilizzato?” (Accoto 2021)

“This book proposes three liability regimes to combat the wide responsibility gap caused by AI systems – vicarious liability for autonomous software agents (actants); enterprise liability for inseparable human-AI interactions (hybrids); and collective fund liability for interconnected AI systems (crowds). Based on information technology studies, the book first develops a threefold typology that distinguishes individual, hybrid and collective machine behaviour. A subsequent social sciences analysis specifies the socio-technical configurations of this threefold typology and theorises their social risks when being used in social practices: actants raise the risk of digital autonomy, hybrids the risk of double contingency, crowds the risk of opaque interconnections. The book demonstrates that it is these specific risks to which the law needs to respond, by recognising personified algorithms as vicarious agents, human-machine associations as collective enterprises, and interconnected systems as risk pools – and by developing corresponding liability rules” (Three Liability Regimes of Artificial Intelligence, Beckers & Teubner, forthcoming 2021)

https://www.bloomsbury.com/us/three-liability-regimes-for-artificial-intelligence-9781509949335

Architetture del fluire evenemenziale (Accoto 2021)

“C’è, dunque, un nuovo divenire-flusso del mondo. Le nascenti architetture della fluenza evenemenziale (eda o event-driven architectures) istanziano inaspettate catene (o ecosistemi o multiversi) del business e del valore. Insieme ai più noti ‘effetti di rete’ (network effects), economie e imprese si avviano a fare esperienza anche della potenza degli ‘effetti di flusso’ (flow effects) e in prospettiva dell’impatto del ‘flow-as-a-service’. In un’architettura della fluenza, l’evenemenzialità tecnica è -direi- l’accadere protocollato, processato e pubblicato di un cambio di stato del mondo. Nell’economia del flusso, l’eveniente può assumere forme molteplici come la misura in tempo reale della variazione della temperatura in un processo manifatturiero o come il dato della variazione istantanea di prezzo di un bene transato nel mercato azionario. Il flusso scardina lead time (LT) e process time (PT) aprendo nuove possibilità per organizational efficiency, service experience e business experimentation. Questi stack scalari della fluenza terraformano, dunque, nuovamente il mondo e il business. Lo fanno con agentività more-than-human (sensori, programmi, dati, protocolli, convertitori, applicazioni, database, reti) che si assemblano e si perturbano a vicenda nelle interazioni e nelle integrazioni di flussi automatizzati e di nuove catene del valore del flusso. L’orizzonte di questo nuovo divenire-flusso del mondo evoca anche una nuova ontologia. O forse come potremmo meglio chiamarla una nuova onto-logistica” (Accoto 2021)

Entertaining Algorithms: marche, mercati, media, macchine (Accoto 2021)

Uno scatto dal palco dell’OBE Summit 2021 (30 giugno), il più importante convegno italiano dedicato al branded content & entertainement. Nel mio intervento “Entertaining Algorithms: marche, mercati, media, macchine”, ho tracciato un percorso filosofico e di business per raccontare dell’era dell’umanità intrattenuta, del fare marketing to machine (non solo by machine), di feedforward e sub-zero moment of truth (szmot), di brand services e brand machines, dell’alleanza ma anche della sfida tra marca e algoritmo nel cloud-to-thing continuum. Un grazie all’Osservatorio per l’invito, l’interesse e l’apprezzamento verso le mie esplorazioni tecno-filosofiche. L’evento registrato lo trovate in visione sul sito del Summit (una mezz’ora dal min 36.10)

Del governo (crittografico) di sé

Del governo (crittografico) di sé (Accoto 2021)
“Come e perchè si assembla e si produce oggi tecnicamente un’identità digitale? Secondo quali dispositivi sociotecnici si può istanziare oggi potendo essere centralizzata, federata, decentralizzata? Quando e in che senso emerge crittograficamente questa nuova ‘identità sovrana’ o, meglio forse, questa nuova ‘sovranità di sé’ o ‘self-sovereign identity’ e come si orchestra tecnicamente una SSI? Che nuovi ordini di occultamento e disvelamento instaura e, contestualmente, che campi di perturbazione evoca intorno ai sé e alle reti (alla pari) dei sé? Che sorprendenti regimi fiduciari reticolari è in grado di costruire e costituire in concreto un’identità che si dice e si fa sovrana? Oltre il paradigma della sorveglianza e della confessione, oltre il penitenziario e il penitenziale, che orizzonte e che senso filosofico si può aprire immaginativamente con questo nuovo governo (crittografico) di sé?” (Accoto 2021)

L’impresa sconfinante (Accoto 2021)


“Il senso e la forma dell’esperienza d’impresa vivono, oggi, una morfosi profonda. Nell’era degli ecosistemi di servizio e del cloud-to-thing continuum, la cocreazione di valore è sempre più un processo catallattico (di scambio) e prolettico (di anticipo) con cui attori economici eterogenei -antropici e negantropici- automaticamente e contestualmente scambiano e integrano risorse di varia natura (operanti e operande, tangibili e intangibili, proprietarie e non proprietarie, automatiche e non). Emergenti ecosistemi e modelli di business cercano così di valorizzare non solo gli ‘effetti di rete’ (network effects), ma anche gli ‘effetti di scala’ (scale effects) e gli ‘effetti di flusso’ (flow effects) delle nuove economie. Chiediamoci, allora, quale è la differenza che si produce tra questi nuovi ecosistemi inter-dipendenti e super-modulari da un lato e le più tradizionali value/supply ‘chains’, business/market ‘networks’, industry/partner ‘alliances ’ dall’altro? Centrale in questo percorso di pensiero strategico è, allora, un’esplorazione filosofica della nuova liminalità d’impresa. A partire dalle sue nuove ‘boundary resources’ come api, sdk, ide, dapp, smart contract e così via. Ma anche attraverso un’esplorazione più speculativa e immaginativa dello sconfinamento di prodotti, processi e produzioni evocato, ad esempio, in virtù delle operazioni di digital twinning e computational simulation. Una strategia coopetiva contemporanea non potrà, allora, non includere anche una filosofia limologica, una teoria dei bordi che sappia mettere in questione l’ontologia dell’impresa e i suoi orizzonti produttivi sempre più sconfinanti” (Accoto 2021)

Catene del valore o collassi del valore? (Accoto 2021)


 “La metafora ecologica dell’ecosistema è sempre più adoperata per interpretare fenomeni economici ad alta inter-connessione e super-modularità come i business a piattaforma, i mercati a più versanti, le reti decentralizzate, i criptosistemi. E, sicuramente, quella ecosistemica è una lettura che offre significativi elementi analitici ed esplicativi. Insieme a questa, tuttavia, credo possa essere interessante incrociare ed esplorare anche un’ulteriore prospettiva. Traslando in questo caso non le metafore eco-biologiche, ma le modellizzazioni fisico-quantistiche. Un’interpretazione della meccanica quantistica sostiene, ad es., che un sistema quantistico probabilistico collassa in uno stato determinato solo quando è oggetto di misurazione. Se in ipotesi immaginiamo, allora, l’attuale computazione planetaria (come stack di infostrutture di osservazione distribuita) come macchina astratta eminentemente misurativa, le sue operazioni di misurazione sarebbero l’atto che fa collassare in uno specifico stato d’esistenza il multiverso delle possibilità del mondo (e del business)? Sorprendentemente, potremmo allora osare e dire che forse non esistono più le catene del valore con cui le imprese hanno immaginato servizi, industrie e mercati. Piuttosto, nel solco di questa suggestione filosofico-quantistica, ci sarebbero mondi costantemente evocati, misurati e creati dentro e attraverso molteplici tecnoversi (o universi tecnologici inflattivi planetariamente istanziati). Sempre più con dati, codice in runtime, algoritmi e protocolli a varia scala, piattaforme in stack operazionalizzano i collassi (della funzione d’onda) del valore. Dunque, in questa mia incursione arrischiata, non avremmo più a che fare con ‘catene del valore’, ma con ‘collassi del valore’. In prospettiva, il valore non si produrrà più per concatenamento, ma per collassamento. Stack tecnologici, dunque, al pari di mega macchine quantistiche che collassano ininterrottamente e non senza vulnerabilità lo stato del mondo e con esso la creazione di valore di business. Se questo ha un qualche senso esplorativo, allora vanno ripensati modelli di pensiero e paradigmi culturali. Per passare concettualmente, strategicamente e operativamente, dalle classiche catene del valore agli attuali ecosistemi del valore ai futuri multiversi del valore” (Accoto 2021)

Dell’indecifrabilità del codice/mondo (Accoto 2021)

“Le operazioni di rifattorizzazione del codice sono chiamate a rivelarne l’intricatezza nascosta e a rimediare alla sua degradazione nel tempo e nella scala. Speculativamente e operativamente il refactoring del software è una pratica arrischiata e vitale, indesiderata e inevitabile al tempo stesso. È evocata a preservare la familiarità umana con un codebase ingigantito da servizi e applicazioni riducendone la complessità non necessaria ed aumentandone la performatività (senza mettere a rischio il suo funzionamento, ad es., svegliando bug dormienti tra milioni di linee di codice). In qualche misura, è esperienza ed esercizio di introspezione macchinale, insieme confessionale e penitenziale. Questa ristrutturazione del codice esistente (il re-factoring), dunque, si fa carico della leggibilità degradante della scrittura/fabbrica vivente del mondo. Più filosoficamente, il refactoring avverte e affronta, dunque, il rischio della programmazione (del coding) come scrittura degradabile e indecifrabile del mondo. Saper leggere questa (degrazione della) nuova scrittura vivente del mondo richiederà uno sforzo di simulazione ingegneristica tanto quanto di speculazione filosofica” (Accoto 2021)

Della condizione e della conduzione (Accoto 2021)

In tempi di transizioni tecnologiche e ambientali (intrecciate e forse a ben guardare indistinguibili), è fondamentale riuscire a illuminare al meglio la dimensione ecotecnica che abitiamo e che ci abita. Direi, allora forse, che non c’è terapeutica della “conduzione” umana (sostenibilità) senza una diagnostica della “condizione” umana (planetarietà). Questa terraformazione in divenire ci richiede, allora, anche di scardinare paradigmi speculativi, modelli culturali e inventari ristretti immaginando ecologie beyond nature e tecnologie beyond human. Come ha scritto qui Katherine Hayles nel primo capitolo -Three Species Challenges- dobbiamo provare a progettare una “general ecology of cognitive assemblages”.

Il codice, κυβερνήτης del mondo (Accoto)

“Sempre più la capacità di forgiare e incorporare software nel mondo sta diventando vettore competitivo differenziante per imprese e organizzazioni. Perché filosoficamente e operativamente scrivere codice è evocare mondi all’esistenza. Così le stringhe di programmazione sono in realtà linee di costruzione del reale. Tuttavia, la fabbrica del codice software non è (solo) la sua produzione informatica. La sua fabbrica è (anche) la sua ingegneria logistica che è, insieme, prima interna alla macchina per riscrittura di linguaggi e poi esterna alla macchina per incapsulazione nel mondo. Tali sono le architetture astrattive e orchestrative per la containerizzazione del codice industrialmente scalabile di Kubernetes: un assemblaggio orchestrante e automatizzante per eseguire workload containerizzati -con Docker ad esempio- in host multipli. Tecnicamente questo assemblaggio distribuisce e gestisce la micro-incapsulazione del codice nel mondo. Ma questa non è semplice logistica, questa è l’effettiva scrittura/fabbrica del codice che in runtime e in realtime diviene il mondo. Dunque, non è mera movimentazione, piuttosto è la sua vera produzione” (Accoto 2021)