Dell’ultima parola (Accoto, Il Pianeta Latente, 2024)

“… non odo parole che dici umane” (D’Annunzio)

Il Pianeta Latente: sono ora disponibili online l’indice dei contenuti, l’introduzione al saggio e l’incipit del primo capitolo (L’Ultima Parola). Poi svelerò, via via, anche gli incipit poetici del secondo (L’Occhio Assente) e del terzo capitolo (L’Atto Osceno) … buona lettura!

Della “Bolla” e del “Pianeta” (Accoto 2024)

Prestiamo attenzione perché, con i suoi cicli di vita e morte (e rinascita), la “Bolla” ad un certo punto poi diviene il “Pianeta”. E senza che ce ne accorgiamo. Divenire pianeta: questo è il mandato avventato (e il destino incerto) della bolla. Mi concentrerei, allora, piuttosto su quest’ultimo (e la sua l’immanenza al di là dell’imminenza) senza dare peso alla cronaca, ora avvilita ora eccitata con i suoi noti ritmi/riti di insufflazione ed espirazione. Un focus strategico sulla natura e sulla forma di questa nuova terraformazione in corso e delle sue ingegnerie ed economie a partire da quelle dell’artificialità dell’intelligenza e dei processi della nuova accumulazione originaria. Dunque, perché (accade) e per chi (accade) e come? (Accoto, postilla a “Il Pianeta Latente”, Egea 2024)

Umanesimo e tecnologia: governare il cambiamento (Codau 2024, Accoto)

Uno scatto dall’evento CODAU 2024, XXI Convegno Nazionale dei Direttori Generali delle Amministrazioni Universitarie (Firenze, 19-21 settembre). Il mio intervento a chiusura e a commento del panel a più voci moderato da Barbara Carfagna: “umanesimo e tecnologia: governare il cambiamento”. Un grazie all’Associazione per l’interesse, l’invito e l’ospitalità. Tra i punti che ho toccato: i) le provocazioni dell’ingegneria dell’AI (non solo opportunità e vulnerabilità); ii) la nuova logica del capitalismo digitale (e i suoi mercati proprietari); iii) la filosofia feconda del disallineamento (cognizione e decisione nella neo-automazione); iv) la necessità di fare innovazione culturale (produrre nuovi significati in un mondo more-than-human). Grazie ancora per gli apprezzamenti finali … ne sono felice!

[anticipazione] È in uscita il mio nuovo saggio “Il Pianeta Latente” (Accoto, Egea 2024)

[anticipazione] È in uscita il mio nuovo saggio “Il Pianeta Latente” (Accoto, Egea 2024). Con il sottotitolo “provocazioni della tecnica, innovazioni della cultura”, è un’incursione filosofica e ingegneristica, agile e curiosa, tra intelligenza artificiale e intelligenza planetaria. Tra provocazioni di senso e nuove terraformazioni, una narrazione speculativa in tre atti (L’ultima parola, L’occhio assente, L’atto osceno) non proprio indulgente e anzi un po’ disturbante. Come deve essere la filosofia. Un trittico che esplora con altre mappe di senso (anche arrischiato) il Pianeta Latente che l’intelligenza artificiale sta costruendo. Tra opportunità, vulnerabilità e prossime immunità.

<< L’intelligenza artificiale è una planetaria provocazione di senso. Interroga l’umano sul suo destino e sulle sue prerogative: parola, visione, azione. Con l’arrivo dei modelli linguistici che automatizzano la scrittura, dei motori visuali che simulano la fotografia, degli agenti autonomi che disarticolano il lavoro crescono inquietudini ed entusiasmi. L’ultima parola, l’occhio assente, l’atto osceno: sono problemi o provocazioni? Entrambe le cose. Ma se alle vulnerabilità tecniche risponderemo con l’ingegneria (informatica, giuridica, politica), alle provocazioni intellettuali dovremo rispondere invece con la filosofia. Non saranno sufficienti educazione, regolazione, moralizzazione, amministrazione. Dovremo fare, anche e soprattutto, innovazione culturale. Produrre cioè nuove idee e significati con un pensare più-che-umano, frutto ancora acerbo di questa emergente e sorprendente intelligenza planetaria >> (Accoto, Il Pianeta Latente, Egea 2024, quarta di copertina).

Un pò stanco, ma felice di questa ultima scrittura e della sollecitazione di pensiero che potrà evocare in chi leggerà. A voi di saggiarla, discuterla e migliorarla. Buona lettura!

In tutte le librerie a partire dall’11 ottobre (e qualche giorno prima sugli store online a partire dal sito di Egea). A presto e spargete la voce …

Il doppio del mondo (Accoto 2024)

< A grandi passi, si è avviata l’era della “simulazione computazionale” con le sue molte opportunità e le sue vulnerabilità (e dovremo costruire nuove immunità). Una rivoluzione che ha cominciato ad avere importanti ricadute strategiche. Tra queste, emblematica e trasformativa è l’introduzione e l’adozione da parte di industrie, settori e mercati della pratica del digital twinning (gemellaggio digitale). Ma che cos’è un digital twin, un gemello digitale? Copia, replica, rappresentazione, simulacro del reale? Più in astratto, potremmo dire che è una simulazione computazionale del mondo nel suo prodursi. Simulazione di prodotti, di processi, della stessa produzione in esecuzione e al miglior < twinning rate >. Ma cos’è più filosoficamente, una simulazione computazionale al di là delle tecnicalità di sensori, dati, algoritmi, protocolli? Possiamo anticipare qui che è un dispositivo epistemico in grado di ridurre lo scarto cognitivo esistente tra mondo (fisico) e modello (matematico). In plasticità epistemica, la simulazione supera -secondo alcuni filosofi della scienza- anche il più vecchio metodo dell’esperimento avviando, così, una sorta di nuova rivoluzione scientifica (e con questa anche di business) con un impatto simile o superiore a quello che ebbe la rivoluzione scientifica del metodo sperimentale di Galileo Galilei. Dunque, il digital twin non è semplicemente -come si dice spesso ingenuamente- una replica virtuale o una copia digitale del mondo. Queste simulazioni diagnostico-prognostiche (on-board e off-board) di asset fisici e industriali in attività sono proprio una nuova leva strategica, operativa e di business, fondamentale. È, infatti, in questa riduzione dello scarto cognitivo tra modello e mondo che si possono immaginare e produrre nuove opportunità di cocreazione di valore e nuove dinamiche di servizio potenzialmente anche più sostenibili. Forse allora l’umano che nascerà dall’impiego dei gemelli digitali (ad es, dei pazienti) sarà nuovo tanto quanto lo fu l’umano nato dall’impiego delle dissezioni cadaveriche. Pensiamo a Leonardo da Vinci. Mutatis mutandis, anche in quel caso ci fu un approssimarsi ai corpi che venivano incisi per capire meglio il loro funzionamento. Le dissezioni (anatomiche) verranno sostituite dalle simulazioni (algoritmiche)? Sensori e simulazioni, dunque, come bisturi e illustrazioni? D’altro canto abbiamo già usato in passato avatar analogici per creare esperienze migliorative del mondo. Pensiamo ai manichini sensorizzati (proxies) usati nei crash test su cui costruiamo esperienze di guida più sicure. Così magari in futuro useremo avatar digitali per creare nuove esperienze. Con creazione di valore e di rischio naturalmente. Un business che voglia orientarsi al ed essere orientato dal digital twin richiederà a imprese e manager di familiarizzare strategicamente con questa rinnovata filosofia simulacrale > (postilla a “Il doppio del mondo”, podcast RAI di Cerofolini e Accoto)

Tecnologie estensive o astensive dell’umano? (Accoto, 2024)

Uno scatto dal mio intervento nella seconda puntata di CODICE (il programma televisivo di Barbara Carfagna) su RAI 1 in seconda serata venerdì scorso. Il tema di questa nuova stagione è la velocità e l’accelerazione nelle sue diverse forme tecnologiche e nelle sue declinazioni planetarie (la puntata è ora anche su RaiPlay). Quale dialettica (automation, heteromation, augmentation) tra tecnologie estensive dell’umano e tecnologie astensive dell’umano nell’era dell’iperautomazione? E poi, lontano dalle seduzioni delle sedazioni e dall’anestetica dell’etica, che umani nuovi diventeremo e in che loop nuovi, anche altrimenti arrischiati, saremo presi? Perchè l’umano che salirà su un’auto <a guida macchinica> sarà un umano diverso da quello che saliva su un’auto <a guida umana> e anche il nuovo loop (esperienza, intelligenza, responsabilità, libertà, senso …) in cui sarà preso sarà diverso anch’esso. Prenderne criticamente consapevolezza potrà aiutarci a orientare (al) meglio questo assemblaggio socio-tecnico caotico e accelerato, questa nuova condizione e conduzione più-che-umana …

Il software (l’esser-C) rischia l’esser-ci del mondo, Accoto 2024

<Tra cyberguerra e cyberpace, chiediamoci: esiste una qualche esperienza della programmazione che possa dirsi e farsi sicura? E se non esiste alcuna programmazione che possa farsi sicura e possa dirsi al sicuro, che cosa rappresenta filosoficamente questa insicurezza ontologica del codice? Dobbiamo prendere consapevolezza e comprendere che la società digitale nasce insicura sin dalle sue origini e nelle sue fondamenta. E lo è perché il motore invisibile che movimenta la società digitale (con cui costruiamo applicazioni, reti, servizi, architetture e macchine), il codice software, è una scrittura arrischiata del mondo secondo almeno tre forme distinte (ma interconnesse) di insicurezza. Dobbiamo riconoscere, dunque, che il codice software è: a) fallibile; b) degradabile; c) vulnerabile. In primis, il software è fallibile perché i vari processi interni di riscrittura che gli sviluppatori del software fanno per passare dal linguaggio umano a un linguaggio comprensibile a una macchina (da source-code a object-code) non sono per nulla assicurati nel loro svolgersi ideale senza difetti e, di conseguenza, questi svolgimenti sono sempre a rischio di collasso. In secondo luogo, il software è degradabile nella durata e nella scala. Lo sviluppo, cioè, continuo e stratificato nel tempo di programmi e applicazioni installati dentro architetture di rete, distribuite, virtualizzate, da aggiornare e tenere in manutenzione (refactoring) rischia di portare all’illeggibilità e all’ingestibilità per l’umano del codice prodotto. Così si fatica a controllare e a gestire architetture e applicazioni. Da ultimo, infine, il codice software è vulnerabile, non solo a causa di fallimenti interni o di degradazioni nel tempo e nella scala, ma perché è preda di aggressioni informatiche esterne, malevole e criminali. Che siano attacchi generati da singoli o collettività, da privati o Stati, il software rischia l’essere del mondo. A partire dalle infrastrutture sociali primarie e vitali, da quelle ingegneristiche come le installazioni di difesa a quelle istituzionali come le procedure democratiche. Dunque, fronteggiamo un rischio interno di fallibilità (fallibility), uno esterno di vulnerabilità (vulnerability) e uno cronico di degradabilità (degradability). La programmazione è una scrittura che rischia nuovamente e diversamente l’essere del mondo. Se la computazione è ontologicamente fallibile, vulnerabile e degradabile come possiamo costruire nuove forme di affidabilità e di affidamento? Di quale e quanta innovazione culturale avremo bisogno per poter mitigare al meglio i rischi (tra collassi, attacchi e degradi) connessi alla (in)sicurezza computazionale? Di quali nuove immunità (decentralizzazione, tecnodiversificazione, de/ri-globalizzazione, educazione, legislazione, cyberassicurazione, comunitarizzazione) avremo bisogno? Non è una domanda strumentale, ma esistenziale. Perché oggi, la superficie/abisso del rischio è il mondo intero nel suo essere programmabile, nel suo esser-C. Se la nostra nuova condizione arrischiata è il farsi-mondo del codice, ne va del nostro esser-ci” (Accoto, 2024)

Di cosa parliamo quando parliamo di AI (Accoto 2024)

“C’è un modo filosoficamente angusto e politicamente digiuno di guardare all’intelligenza artificiale. È quello strumentale (si tratta solo di tecnologia, intelligente o stupida a seconda dei casi), dicotomico (noi umani vs le macchine), antropocentrato (tenere l’umano nel loop, al centro e in controllo), allineante (rispetto dei valori umani) e dominante (all’umano spettano le decisioni) di un certo umanesimo. Si accompagna sovente anche ad una ingenua e consolante <anestetica dell’etica>. E ce n’è, invece, uno più filosoficamente educato e planetariamente avvertito, direi, che interpreta in maniera complessa e sofisticata il passaggio epocale di cui stiamo facendo esperienza. Un umanesimo, quest’ultimo, capace di cogliere lo statuto di provocazione culturale e intellettuale di quanto la tradizione chiama <intelligenza artificiale> nella lunga durata della civilizzazione umana. C’è, allora, un modo più profondo di leggere il momento attuale. È quello dell’occhio lungo dell’evoluzione culturale e cognitiva della civiltà, dell’intelligenza del lavoro e non solo biologica, dell’intelligenza sociale e non solo strumentale, dell’intelligenza planetaria e non solo antropica. Che è sempre, per l’appunto, insieme umana e oltreumana. Una short list personale di letture consigliate in caso di interesse …” (Accoto, 2024, postilla a The Latent Planet)