Architetture della fluenza evenemenziale (Accoto 2020)

“C’è, dunque, un nuovo divenire-flusso del mondo. Le nascenti architetture della fluenza evenemenziale (eda o event-driven architectures) istanziano inaspettate catene (o ecosistemi o multiversi) del valore del flusso. Insieme ai più noti ‘effetti di rete’ (network effects), economie e imprese si avviano a fare esperienza anche degli ‘effetti di flusso’ (flow effects) e in prospettiva del ‘flow-as-a-service’. In un’architettura fluente, l’evenemenzialità tecnica è -direi- l’accadere protocollato, processato e pubblicato di un cambio di stato del mondo. Nell’economia del flusso, l’eveniente può assumere forme molteplici come la misura in tempo reale della variazione della temperatura in un processo manifatturiero o come il dato della variazione istantanea di prezzo di un bene transato nel mercato azionario. Questi stack interoperabili terraformano nuovamente il mondo e il business. Lo fanno con agentività more-than-human (sensori, programmi, dati, protocolli, convertitori, applicazioni, database, reti) che si assemblano e si perturbano a vicenda nelle interazioni e nelle integrazioni di flussi automatizzati. L’orizzonte di questo nuovo divenire-flusso del mondo è una nuova ontologia. O forse come potremmo meglio chiamarla una nuova onto-logistica” (Accoto 2020)

Tech stack, ecosistemi coopetitivi e multiversi di business (Accoto 2020)

“La metafora ecologica dell’ecosistema è sempre più adoperata per interpretare fenomeni economici ad alta interconnessione e modularità come i business a piattaforma, i mercati a più versanti, le reti decentralizzate, i criptosistemi. Quella ecologica è una lettura che offre significativi elementi analitici ed esplicativi. Insieme a questa, tuttavia, credo possa essere interessante esplorare anche un’altra prospettiva. Traslando non gli orientamenti biologici, ma le modellizzazioni quantistiche. Un’interpretazione della meccanica quantistica sostiene che un sistema quantistico probabilistico collassa in uno stato determinato solo quando è oggetto di misurazione. Se immaginiamo l’attuale computazione planetaria (come stack di infostrutture distribuite di sensing e mining) come macchina astratta eminentemente misurativa, le sue operazioni di misurazione sarebbero allora l’atto che fa collassare in uno specifico stato d’esistenza i multiversi delle possibilità del mondo (dei business medicali in questo esempio). È allora quell’atto di misurazione che decide e porta all’esistenza un reale (servizio) determinato rispetto alle sue multiversali configurazioni possibili?” (Accoto 2020)

[image source: CBInsights, Unbundling The Family Doctor, 2020]

Del dis/ordine del ricorso (Accoto 2020)

“C’è un qualche modo d’esistenza e d’esperienza della computazione che possa dirsi e farsi fidato? Oppure, paradossalmente, la sua è un’ontologia nativamente e irrimediabilmente inaffidabile e arrischiata? O meglio, la cui sicurezza si può costruire solo con e proprio attraverso l’insicurezza dentro un infinito scambio di incontri/scontri tra salvazione e perdizione del codice? E, dunque, in che misura i nuovi tecnoversi intesi come assemblaggi sociotecnici di programmi, dati, algoritmi e protocolli sono in grado di produrre e garantire un grado costante e sufficiente di fiducia? Una sicurezza che sia al riparo dall’incertezza di cui pur si devono nutrire per loro necessità ontogenetica? In particolare, tecnicamente, riporre fiducia nell’automazione computazionale (dei sistemi) implica due aspetti: fidarsi della sua capacità (è operativamente capace di espletare in automatico il compito) e fidarsi della sua affidabilità (è performativamente affidabile nell’esecuzione automatizzata). Chiediamoci: in quanti modi può darsi il collasso della macchina e del trust? quando e perché si manifesta la sua impotenza e la sua inconsistenza operandi fiduciaria? in quale dis/ordine del ricorso si colloca?” (Accoto 2020)

Refactoring o della ri/scrittura del mondo (Accoto 20209

“Le operazioni di rifattorizzazione del codice sono chiamate a rivelarne la complessità nascosta e a rimediare alla sua degradazione nel tempo e nella scala. Così, il refactoring del software è chiamato ad una pratica arrischiata quanto vitale, al contempo indesiderata e inevitabile. Preservare la familiarità umana con un codebase ingigantito da servizi e applicazioni riducendone la complessità non necessaria ed aumentandone la performatività operativa senza svegliare bug dormienti. In qualche misura, è esperienza ed esercizio di introspezione macchinale, insieme confessionale e penitenziale. Dunque, questa ristrutturazione del codice esistente (il re-factoring) si fa carico della leggibilità degradante della scrittura-fabbrica vivente del mondo. Più filosoficamente, il refactoring avverte e affronta il rischio della programmazione (coding) come scrittura degradabile e indecifrabile del mondo. Saper leggere questa (degrazione della) nuova scrittura vivente del mondo, allora, richiederà uno sforzo di simulazione ingegneristica tanto quanto di speculazione filosofica” (Accoto 2020)

Quantum stack e competizione all’inesistente (Accoto 2020)

“In che modo e per che cosa competono, in ultima istanza, le infostrutture/infrastrutture planetarie più comunemente note come big tech? Quando e perché questi emergenti ecosistemi di business divengono veri e propri tecnoversi ad alta inflazionarietà? E qual è la natura ultima della nuova competizione prodotta da questi stack tecnologici multiversali e come si esercita nel mondo e dentro i mercati? Più concettualmente: competono al/nel/col presente degli attuali assetti industriali o piuttosto -come si dice paradossalmente- con imprese che ancora non esistono? Nella mia suggestione, al pari di mega macchine quantistiche su scala planetaria, queste -che definisco quantum stack- creano valore collassando il reale, istante dopo istante, attraverso l’infinita misurazione del mondo. Dunque, speculativamente non competono sic et simpliciter nella produzione di nuovi prodotti e merci rivali o nell’erogazione di nuove esperienze e servizi mirati. Piuttosto e più radicalmente, come novelli demiurghi, competono nella costruzione di nuovi mondi. La loro è una competizione all’inesistente più che una competizione all’esistente. Una competizione, direi, più per horror vacui del futuro che per horror pleni del presente” (Accoto 2020)

“How and for what do the planetary infostructures/infrastructures more commonly known as big tech ultimately compete? When and why do these emerging business ecosystems become true high-inflationary technoverses? And what is the ultimate nature of the new competition produced by these multiversal tech stacks and how is it exercised in the world and within markets? More conceptually: do they compete at/with/in the present of current industrial assets or rather -as they paradoxically say- with firms that do not yet exist? In my suggestion, like mega quantum machines on a planetary scale, these -which I define as quantum stacks- create value by collapsing our real, instant by instant, through the infinite measurement of the world. So, speculatively, they do not compete for -sic et simpliciter- the production of new rival products and commodities or in delivering new experiences and targeted services. Rather and more radically, as novel demiurges, they compete in the construction of new worlds. They are worldbuilders. This is a competition to the non-existent rather than a competition to the existent. A competition, I would say, more for the horror vacui of the future than for the horror pleni of the present” (Accoto 2020)

Di attacchi informatici e filosofia decostruttiva (Accoto)

“Chiediamoci: esiste una qualche esperienza della computazione che possa dirsi e farsi sicura? E se, dunque, non esiste nessuna computazione che possa farsi e dirsi al sicuro, che cosa rappresenta filosoficamente questa insicurezza? Possiamo considerare ad es. questi attacchi alle forme della scrittura della nostra contemporaneità (la programmazione) un’innovativa forma contemporanea di decostruzione filosofica?… Semplificando il discorso, se consideriamo la programmazione, il codice e i programmi software la forma particolare di scrittura del nostro presente allora la guerra informatica, nelle sue varie e cangianti forme, può rappresentare una sorta di contemporanea filosofia decostruttiva operata con altri mezzi?… Come per i processi decostruttivi filosofici -scrive Justin Joque in Deconstruction Machines- la guerra informatica replica una specifica logica: attacca una testualità, quella della programmazione. Se consideriamo le linee di codice che reggono la nostra società come razionalità testualizzata, un’intrusione dentro quella scrittura non è forse un atto di scardinamento filosofico-decostruttivo del reale?” (Accoto, Il mondo ex machina)

“Let us ask: is there any experience of computation that can be said and done safely? And if there is no computation that can make and say safe itself, what does this insecurity represent philosophically? Can we consider, for example, these attacks to the forms of our contemporary writing (coding) as an innovative, contemporary form of philosophical deconstruction? … Simplifying the argument, if we consider programming, code and software programs as the particular form of writing of our present, then cyber attacks, in their various and changing forms, can represent a sort of contemporary deconstructive philosophy operated by other means? … As with philosophical deconstructive processes -Justin Joque writes in Deconstruction Machines- cyberwar replicates a specific logic: it attacks a textuality, that of programming. If we consider the lines of code that govern our society as textualized rationality, isn’t an intrusion inside software writing an act of philosophical-deconstructional unhinging of the real?” (Accoto, Il mondo ex machina)

Tre esercizi philtech strategici (Accoto 2020)

“Tre esercizi filosofici ad alta speculatività – visualizzati e sintetizzati con altrettante mappe orientative di terre incognite – sono stati proposti a imprese e manager nei philtech lab. Si tratta di diagrammi che ho immaginato per sollecitare e allenare il pensiero di management sull’orizzonte tecnologico e sull’impatto di business in divenire. Sono incursioni arrischiate del pensare filosofico contemporaneo -di natura prefigurativa- dentro le tecnicalità dell’imminente/immanente: (1) dall’archivio all’oracolo ovvero dell’economia della prolessi; (2) di scambi, sconfinamenti e scale ovvero dell’economia della catallassi; (3) dall’ecosistema al multiverso ovvero dell’economia dei collassi. Un esercizio speculativo e operativo del filosofare tra software in runtime e sensorio macchinico, algomazione e simulazione, data switch e feedforward, chaos engineering e stack tecnologici inflattivi del reale. Esercitazioni del pensare strategico per stimolare il cambio delle culture d’impresa necessario alla cocreazione di valore nell’era dei quantum stack” (Accoto 2020)

“Il mondo dato” (citazione)

Una preziosa citazione da “Il mondo dato” è contenuta nell’ultimo saggio di Vanni Codeluppi, “Come la pandemia ci ha cambiato”. Sono felicemente sorpreso e onorato della menzione. Ringrazio molto, dunque, il prof. Codeluppi, sociologo di fama ed esperto di consumi e comunicazione mediale, per la lettura fatta e per l’apprezzamento del mio testo. Grazie!

L’assettizzazione del codice (Accoto 2020)

“Le forme presenti e prossime di quella che definisco ‘assettizzazione del codice’ sono oggi tutte in via di sperimentazione. E, tuttavia, l’economia digitale manca di un’analisi filosofica profonda di cosa è un ‘oggetto digitale’. Una lacuna che rischia di aggravarsi mentre emergono criptosistemi fondati proprio su un’economia della creazione, conservazione e circolazione di ‘oggetti-valori’ digitali. Più in specifico, creazione, conservazione e circolazione di oggetti-valori digitali (cryptoassets) come nuova forma di assettizzazione del codice software. Filosoficamente, cosa è, dunque, un oggetto-valore digitale e qual è il suo modo di esistenza? Qual è la sua ontologia, direbbero i filosofi? Per essere più concreti, ad es. quando Satoshi Nakamoto scrive -nel suo paper fondativo del protocollo di rete Bitcoin- ‘definiamo una moneta elettronica come una catena di firme digitali’, che statuto ontologico dobbiamo assegnare a questo oggetto digitale (‘catena di firme digitali’) progettato dal suo creatore per ontologizzarsi in valore? Cosa è, dunque, filosoficamente un cryptoasset? In che forme e a quali condizioni si produce questa nuova assettizzazione del codice software?” (Accoto 2020)

“Present and proximal forms of what I call ‘code assetization’ are all being tested and experimented today. And yet, the digital economy lacks a deep philosophical analysis of what a ‘digital object’ is. This gap is likely to widen as new cryptosystems are emerging based on an economy of creation, conservation, and circulation of digital ‘objects-values’. More specifically, creation, conservation, and circulation of digital objects-values (cryptoassets) as a new form of software code assetization. Philosophically, what is, then, a digital object-value, and what is its mode of existence? What is its ontology, philosophers would say? To be more concrete, e.g. when Satoshi Nakamoto writes -in his founding paper of the Bitcoin network protocol- ‘we define an electronic currency as a chain of digital signatures’, what ontological status should we assign to this digital object (‘chain of digital signatures’) designed by its creator to ontologize itself into value? What, then, is a cryptoasset philosophically? In what forms and under what conditions is this new assetization of software code produced?” (Accoto 2020)