Fallibilità e vulnerabilità del codice (Accoto 2022)

“Tra cyberguerra e cyberpace, esiste una qualche esperienza della programmazione che possa dirsi e farsi sicura? E se, dunque, non esiste alcuna programmazione che possa farsi sicura e possa dirsi al sicuro, che cosa rappresenta filosoficamente questa insicurezza ontologica? Possiamo considerare ad es. gli attacchi alle forme della scrittura della nostra contemporaneità (alla programmazione) un’innovativa forma contemporanea di decostruzione filosofica? Semplificando, se consideriamo la programmazione, il codice e i programmi software la forma particolare di scrittura del nostro presente, allora la guerra informatica, nelle sue varie e cangianti forme, può rappresentare una sorta di contemporanea filosofia decostruttiva operata con altri mezzi? Come per i processi decostruttivi filosofici più tradizionali la guerra informatica (ma non solo essa) replica una specifica logica: attacca una testualità, dice Justin Joque. In questo caso quella della programmazione. Un attacco al testo-codice, non più al testo-libro. Se consideriamo le linee di codice che reggono la nostra società come razionalità testualizzata, allora un’intrusione dentro quella scrittura è un atto di scardinamento filosofico-decostruttivo del nostro reale. Ma insieme agli attacchi esogeni, le vulnerabilità di questa nuova scrittura-codice del mondo sono però anche costitutive e connaturate. Così, ad esempio, le operazioni di rifattorizzazione del codice sono chiamate a rivelarne l’intricatezza nascosta e a rimediare alla sua degradazione nel tempo e nella scala. Speculativamente e operativamente il refactoring del software è una pratica arrischiata e vitale, indesiderata e inevitabile al tempo stesso. È evocata a preservare la familiarità umana con un codebase ingigantito da servizi e applicazioni riducendone la complessità non necessaria ed aumentandone la performatività (senza mettere a rischio il suo funzionamento, ad es., svegliando bug dormienti tra milioni di linee di codice). In qualche misura, è esperienza ed esercizio di introspezione macchinica, insieme confessionale e penitenziale. Questa ristrutturazione del codice esistente (re-factoring), dunque, si fa carico della leggibilità degradante della scrittura/fabbrica vivente del mondo. Più filosoficamente, il refactoring avverte e affronta, dunque, il rischio della programmazione (del coding) come scrittura degradabile e indecifrabile del mondo. Dunque, un rischio interno di fallibilità (fallibility) e uno esterno di vulnerabilità (vulnerability). Una scrittura che rischia, dunque, l’essere del mondo. Saper leggere questa (degrazione della) nuova scrittura vivente del mondo richiederà uno sforzo di simulazione ingegneristica tanto quanto di speculazione filosofica. Perché il software non è solo un asset, ma una liability. In guerra e in pace” (Accoto, 2022)

La mia trilogia al MIT (Accoto 2022)

[memorie] sei anni fa iniziava un’avventura oltreoceano che mi avrebbe portato con un visiting appointment al MIT per la scrittura del mio primo saggio tecno-filosofico: “Il mondo dato”. Dovevano essere solo pochi mesi da trascorrere nel campus e tra i laboratori, ma col tempo, le occasioni e il super supporto e l’incoraggiamento del prof. Alex Pentland sono diventati sei anni intensissimi che continuano ancora oggi con una research affiliation e una fellowship. Anni che hanno prodotto, tra le altre cose, una trilogia pubblicata da Egea la casa editrice dell’Università Bocconi e costruita su rotte e lande filosofiche arrischiate e inesplorate (un trittico su filosofia della programmazione, dell’automazione, della simulazione). “Il mondo dato” (2017), “Il mondo ex machina” (2019) e “Il mondo in sintesi” (2022) sono i figli indisciplinati di quest’avventura per me incredibile a contatto con menti e mani di talento straordinario. Ne sono scaturite più ancora connessioni, progetti, traduzioni in altre lingue, scambi e conoscenze e molto altro. E grazie ai miei super instructor al Media Lab, MIT Sloan School of Management, CSAIL, tra cui Silvio Micali, Lex Fridman, Marshall Van Astyne, Neha Narula e moltissimi altri e altre che sarebbe lungo citare. Ma sorprendente anche incrociare in ascensore e nei corridori Tim Berners-Lee e Richard Stallman. Nel riguardare, in questo anniversario, la prima foto di quell’inizio d’esperienza (21 luglio 2016), torno ad essere felicemente pervaso da quello spirito pionieristico di azzardo e rischio, di novità, sorpresa e gioia di allora. Sentimenti che ripagano delle dure fatiche della scrittura e del pensiero (e di una vita complessa e imperfetta spesa tra due continenti e poi infine con una pandemia di mezzo). Con l’occasione, devo un grazie, naturalmente, anche a tutti e tutte coloro che nel tempo hanno apprezzato e promosso, in tutti i modi possibili, la trilogia. Un pò stanco, ma felice. Grazie!

Leggere filosoficamente il codice (Accoto 2022)

[book] Letture filosofiche domenicali: “Software as Hermeneutics” (2022).
Felice di vedere uscire e poter leggere nuovi saggi che affrontano lo studio del codice software in una prospettiva filosofica. Come avevo scritto nel primo saggio della mia trilogia, “Il mondo dato”, dobbiamo approfondire l’analisi filosofica di questa nuova scrittura del mondo che, come ha argomentato Galloway nel suo recente “Uncomputable”, non è mero λόγος ma sofisticato ἔργον. Semplificando, non solo discorso, ma lavoro. Non solo parola, ma azione. C’è, dunque, un’ingegneria e c’è un’ermeneutica del codice software. C’è un’ingegneria e una filosofia della nuova scrittura/fabbrica eseguibile del mondo. Allora, in che misura possiamo dire di aver compreso in profondità l’ontologia del codice? Cosa abbiamo capito speculativamente e culturalmente della programmazione e dell’ingegneria del software? E, poi, cosa sono filosoficamente tactical forking, code volatility, software containerization, service granularity? Sempre più la capacità di forgiare e incorporare software nel mondo sta diventando vettore competitivo differenziante per imprese e organizzazioni. Perché filosoficamente e operativamente scrivere codice è evocare e arrischiare mondi all’esistenza. Così le stringhe di programmazione sono in realtà linee di costruzione ed esecuzione del reale. Tuttavia, la fabbrica del codice software non è (solo) la sua produzione informatica. Paradossalmente, la sua fabbrica è (anche e soprattutto) la sua ingegneria logistica che è, insieme, prima interna alla macchina per riscrittura di linguaggi e poi esterna alla macchina per incapsulazione nel mondo. Imprese e istituzioni se vogliono giungere a maggiore consapevolezza circa la civiltà e l’economia digitale devono riuscire a promuovere questa innovazione culturale e filosofica. Dunque, non solo programmazione e coding, ma software theory e code philosophy … (Accoto, 2022)

Dai pixel ai voxel. Un’intervista a Codice (Rai1)

[TV] è partita la nuova stagione televisiva del programma CODICE. Così ieri ero su RAI1 nella prima puntata intervistato da Barbara Carfagna. Abbiamo parlato di metaverso e realtà estese sintetiche e simulate, di pixel e di voxel e molto altro tra potenzialità e vulnerabilità. Se avete perso la puntata (molto interessante, ricca di contenuti e ospiti ed esteticamente curata), la potete rivedere per intero e liberamente sul sito di RaiPlay. Un grazie per l’invito e l’ospitalità calorosa!

Metaverse Map: Ecology, Economy, Experience (Accoto 2022)

Una prima mappa esplorativa e prefigurativa sull’orizzonte metaversale a partire filosoficamente da tre dimensioni chiave: identity, property, reality. 1. La costruzione delle identità/agentività video-grafiche e critto-grafiche, singole e comunitarie, dentro nuove tecnoecologie more-than-human (ecology), 2. le emergenti economie della creazione e della proprietà tra metadatafication e assettizzazione del codice (economy), 3. l’inflazione simulativa delle realtà estese e il disegno delle nuove esperienze immersive (experience) [Accoto, “Metanomie. Macchine, Mercati, Metaversi”, 2022 work in progress]. Ne parlerò in anteprima domani durante il mio intervento a SIOS 2022

XR & HR. Metaverso e Risorse Meta-Umane (Accoto 2022)

uno scatto dal live webinar di ieri “XR & HR. Metaverso e Risorse (Meta)Umane” organizzato da Talent Garden Innovation School e moderato da Eleonora Valè, Coordinatrice Scientifica del Master Digital HR. In un’ora di conversazione abbiamo esplorato e raccontato i cambiamenti e gli impatti dell’adozione progressiva delle nuove realtà estese nelle nostre vite personali e professionali. In particolare, abbiamo fatto poi un focus sulle implicazioni immaginabili e sulle sperimentazioni progettabili (oggi e in divenire) nel metaverso per le dimensioni lavorative, professionali e organizzative. Tra potenzialità e vulnerabilità, è stato un incontro consapevole dell’hype del ‘meta momentum’ attuale, ma anche curioso e attento verso gli orizzonti trasformativi che si possono aprire nelle diverse dimensioni dei processi hr (recruiting, onboarding, learning, working, organizing). Una conversazione e un dialogo aperti all’intera business community (che ringrazio qui nuovamente) con cui c’è stato uno scambio di domande, visioni, prospettive e progettualità. Un grazie di cuore a TAG e ad Eleonora per questo invito super stimolante, per la brillante moderazione e l’ospitalità calorosa. In caso di interesse, il webinar è ora disponibile anche online 

Nuvole, nebbie, nodi: la computazione (che si) immonda [Accoto 2022]

 “ … Il divenire-ambientale della computazione è una nuova terraformazione, un nuovo modo di sentire e abitare il pianeta, una nuova forma di civilizzazione insieme antropica e negantropica, umana e oltreumana. Per questo nuovo atterrare/abitare dell’umano sul pianeta Terra, le metafore ambientali e volumetriche della computazione si sono ampliate negli ultimi decenni. Così, l’orientamento spaziale e volumetrico delle tecnologie digitali e di rete si sta imponendo nel linguaggio tecnico tanto quanto nella strategia economica. Per affrontare criticità architetturali come la riservatezza, la latenza, la sicurezza, la connettività, l’efficienza la computazione si è venuta stratificando e nominando nel tempo secondo layer sovrapposti e interconnessi dai termini evocativi. ‘Cloud computing’, ‘fog computing’, ‘edge computing’ mappano, oggi, figurativamente e tecnicamente i dove della computazione, le sue locazioni. Calcoliamo e programmiamo sulla nuvola, nella nebbia o al margine del mondo. C’è dunque una topologia e molte topologie della computazione, una geografia e anzi più geografie del processare l’informazione, una e molteplici spazialità materiali e virtuali per (in)formare il mondo. Tuttavia, queste ‘collocazioni’ della computazione sono anche e soprattutto ‘configurazioni’ della computazione. Così, dobbiamo riconoscere che nuvole, nebbie e nodi non sono tanto luoghi della computazione, quanto soprattutto modi della computazione. Ma direi di più: ancor più radicalmente, incarnano proprio nuovi modi d’essere del mondo. Dalla nuvolo-natività delle applicazioni passando per i livelli intermedi dei fog gateway fino ai nodi di edge disseminati e impiantati nel terreno, la computazione materialmente si immonda e si fa stratificazione geo-logica. Da ultimo e più filosoficamente questa computazione che si immonda diviene mondo, si fa mondo. E’ il farsi mondo della macchina” (Accoto 2022, Il mondo in sintesi, postilla)

Trust e Computazione (Accoto 2022)

“Credo sia urgente discutere anche filosoficamente di metastabilità del codice e quindi delle sue fallibilità (interne), delle sue vulnerabilità (esterne), delle sue osservabilità (distribuite) e delle sue mutabilità (storiche) native. Se la programmazione rappresenta la nostra civiltà con una sua nuova scrittura, dobbiamo essere consapevoli che è una scrittura che, in ogni istante, rischia l’essere del mondo. E, in effetti, il mondo è oggi la superficie (e l’abisso) dell’attacco. Tra fallimenti e intrusioni, tra attacchi e accidenti, tra emergenze e contingenze, se, dunque, non esiste alcuna programmazione che possa farsi sicura e possa dirsi al sicuro, che cosa rappresenta filosoficamente questa insicurezza ontologica? Tra chaos engineering e honey pot, tra cyberguerra e cyberpace, il tema del trust nella computazione diventa sempre più centrale e di ampio raggio nella nostra società ed economia. Dalla costruzione di una trustworthy AI all’implementazione del trustless protol della blockchain, dalla pratica della zero trust security in cybersicurezza al monito del trust-no-one per i media sintetici e deep fake, la civiltà digitale è chiamata oggi a immaginare filosoficamente e a costruire ingegneristicamente nuovi contratti sociotecnici fiduciari. La fiducia computazionale, dunque, è uno dei temi rilevanti nella trasformazione digitale del nostro presente. Potremmo anche azzardare che, per la società, è il tema chiave. Al di là dell’esplicabilità dell’intelligenza artificiale, della disintermediazione con la blockchain, della protezione nella sicurezza informatica, della virtualità di umani digitali e delle esperienze estese dentro i metaversi, c’è la questione primaria e fondativa della fiducia nella computazione. Un pò paradossalmente, la cibernetica nata come scienza ultima del controllo ha finito per produrre nuove incertezze che la società è chiamata oggi ad affrontare con coraggio e cautela al contempo. Per questo abbiamo bisogno anche di fare innovazione culturale non solo regolazione istituzionale” (Accoto 2022)