Forge is my philosophical tech lab. The philtech lab supports organisations and institutions in technically, critically and strategically thinking about code economy, data science, artificial intelligence, platform design and blockchain business.
Author: Cosimo Accoto
Research Affiliate at MIT | Author "Il Mondo Ex Machina" (Egea) | Philosopher-in-Residence | Business Innovation Advisor | www.cosimoaccoto.com
Felice di festeggiare un anno dall’uscita del mio ultimo saggio “Il Pianeta Latente” con la bellissima recensione che ne ha fatto, sul numero in edicola di Harvard Business Review, Armando Massarenti filosofo, giornalista e firma storica del supplemento culturale «Il Sole 24 Ore – Domenica» di cui è stato anche direttore. Lo ringrazio per l’attenzione interpretativa che ha voluto dedicare al volume, per la lettura sofisticata e perspicace che ne ha dato e per le parole di apprezzamento … buona lettura in edicola fisica e negli store online! Un grazie di nuovo al Direttore di HBR Italia Enrico Sassoon per l’ospitalità a sorpresa … e naturalmente ai tanti lettori e lettrici che in questi mesi hanno studiato, commentato e condiviso le tesi provocanti del saggio nei suoi tre capitoli (1. l’ultima parola, 2. l’occhio assente, 3. l’atto osceno)
– Welcome back to MIT (2025-2026) La stagione autunnale inizia col ritorno al campus per continuare a esplorare filosoficamente le frontiere delle nuove ingegnerie.
Questa è anche la parte dell’anno durante la quale traccio le mie linee di incursione filosofica arrischiata per i prossimi 12-18 mesi (phil-tech labs). Questi percorsi nascono all’incrocio di interessi teoretici e letture, da emergenti speculazioni culturali e strategiche e con le domande di senso che mi hanno posto imprese, organizzazioni e istituzioni promotrici dei vari phil-tech lab già fissati in calendario in Italia per il 2025 e 2026.
L’orizzonte esplorativo di quest’anno è: < il destino istituente della tecnica >. Se nel mio ultimo saggio (Il Pianeta Latente, Egea 2024) ho evocato la dimensione “provocante” della tecnica, qui il focus ora si sposterà su quella “istituente” (dalle provocazioni della tecnica alle istituzioni della tecnica). Questo tema generale verrà di fatto poi declinato in cinque percorsi speculativi in tensione tra postumità (from) e prodromicità (to):
1. From protocolar policy to protocological politics (topics: future leadership, governing pandora, value horizoning, multipolar techno-nationalism …)
2. From general-purpose technologies to institutional engineering (topics: machine agency, quantum communication, crypto-robotics, bio & neuro-engineering …)
3. From invisible hands to autonomous markets (topics: agentic economy, radical & proprietary markets, decentralized AI, consensus networks …)
4. From ethical humanism to existential planetarity (topics: more-than-human ethos, ai-trust, cyber-peace & cyber-war, philosophy of outer space …)
5. From artificial intelligence to synthetic cognition (topics: co-intelligence, positive disalignment, unconscious assemblages, infrastructure thinking …)
— C’è un che di emergenziale e di tragico e al contempo di ingenuo e illusorio nel modo con cui imprese (e società) affrontano il presente passaggio epocale. È questo accanirsi e perdersi nella narrazione tecnologica strumentale senza uno sguardo sull’orizzonte ingegneristico istituente. Spesso sono prigioniere della cronaca minuta e digiune di visione di lungo periodo. As esempio, sul senso istituente di un modello linguistico su larga scala, di un registro decentralizzato a consenso crittografico, di un protocollo di comunicazione su rete quantistica. Per fare i tre casi di tecnologie institutional e non solo general-purpose che vengo esplorando nei miei ultimi percorsi di ricerca e lab.
— Ci si aggrappa così ad un pensare metaforico, facilitante e facilitato, per evitare lo sforzo di fronteggiare con competenze e conoscenze nuove il divenire delle ingegnerie contemporanee. Ma è una battaglia di civiltà e di economia persa questa se, dopo i primi momenti di smarrimento in cui comprensibilmente ci si rifugia per l’appunto nella metafora, nell’analogia, nell’immagine (tutte anestetiche) per affrontare il nuovo, poi in maniera più risoluta non si procede e non si approda rapidamente, con studio e pratica, dentro i paradigmi e i saperi propri della novità che avanza. E non solo il coding, ma la filosofia del codice per dire. Che sarebbe l’unica cosa sensata da fare, credo.
— Innovazione che naturalmente evolve nel caos e nella crisi per inflazioni e deflazioni, per bolle e strati, ma che evoca e disegna in ogni caso orizzonti planetari radicalmente mutati con cui fare anche crudemente i conti. Fati che, come dice il filosofo, “nolentem trahunt” con buona pace di tanti. Che non significa soggiacere inerti ad una forza necessitante irredimibile, ma solerti avere cognizione del furore in essere iuxta propria principia. Delle sue logiche e dinamiche, delle sue opportunità e finanche delle sue criminalità. Poeticamente detto, non ci arriveremo per sentieri agevoli né indolori. Perché le cartografie saranno senza carte e le scosse telluriche violente e trasfiguranti …(Accoto 2025)
un rientro allora dalle vacanze, come recita il titolo, “a rotta di collo”
Dal capitolo finale intitolato AFTER MARKETS < … At some point “market” may no longer seem to be the right word for economic organization … > (Radical Markets, Posner & Weyl, p. 293)
[ E’ intelligente, agente o istituente? Accoto 2025 ] Saranno mesi, quelli prossimi, di forte sovraesposizione mediatica, ma anche di sperimentazione innovativa sulla frontiera ingegneristica dell’emergente economia agentica. Nell’era dei mercati multi-agentici, la cocreazione di valore sarà un dispositivo “catallattico” (di scambio o transazionale), “simpoietico” (di coevoluzione o coopetitivo) e “prolettico” (di anticipazione o feedforward) con cui attori economici eterogenei -antropici (umani) e non antropici (agenti)- autonomamente e contestualmente scambieranno servizi-per-servizi integrando risorse di varia natura (operanti e operande, tangibili quanto intangibili, naturali e non, proprietarie e non proprietarie, automate ed eteromate, algoritmiche e protocologiche). Con catallassi, simpoiesi e prolessi, questi ecosistemi cercheranno così di valorizzare non solo gli ‘effetti di rete’ (network effects), ma anche gli ‘effetti di scala’ (scale effects) e gli ‘effetti di flusso’ (flow effects). Le nuove ingegnerie (come ad esempio i modelli linguistici su larga scala o i registri distribuiti a consenso crittografico o i protocolli comunicativi di una rete quantistica) andranno viste allora nella loro capacità “istituente” (non solo “agente” o “intelligente”), come nuovi meccanismi e dispositivi di coordinamento di interazioni socioeconomiche più-che-umane. Chiediamoci esistenzialmente: perchè e per chi? In ogni caso, a quel punto il concetto stesso di ‘mercato’, come scrivono parlando di piattaforme Posner e Weyl, dovrà essere ripensato. Siamo pronti a ragionare sul destino istituente degli agenti artificiali autonomi?” (Accoto 2025)
“… Like people, no agent stands alone but instead thrives in a community. People have policies and rules that govern their behavior and so do agents. Like people, no one single agent is probably in the position to address larger challenges, and like people, agents work in teams to solve bigger and more complex problems. People organize into multi-layered groups called governments to create frameworks for laws, policies, and regulations, and soon agents will evolve similar governance structures. People organize into modern ecosystems we call businesses to provide services that no individual person can do on their own, and soon so will agents also. Agentic Mesh provides the services that let agents collaborate. It makes agents discoverable, observable, and operable … ” (Agentic Mesh, Broda & Broda, 2026)
Human-in-the-loop o dell’etica anestetica (Accoto 2025) < Chi è, cos’è, da dove viene e come si diviene questo fantomatico “umano” che tutti vorrebbero al centro, in controllo, nel giro? Interrogati sul punto filosofi, antropologi e geografi faticano a trovarne tracce sul pianeta. Per alcuni abita in maniera prepotente e supponente la Terra. Eppure ci diciamo consolati e fiduciosi che c’è (anche se in molti loop attuali come quello climatico e bellico ha mostrato di fallire). Ma, mi chiedo provocatoriamente, con quali molti modi di esistenza, di divenienza e di significanza? Non possiamo semplicemente consolarci con l’arrogazione (e con l’arroganza anche talvolta) dell’umano, ma essere sferzati con l’interrogazione (e anzi proprio con l’interroganza di senso) sull’umano. Si racconta che il filosofo Diogene andasse in giro per la città di giorno con una lanterna accesa dicendo “cerco l’uomo”. Pochi ricordano però un altro episodio. Si narra che una volta gridò: “Ehi, uomini” e poi prese a dar colpi di bastone a chi era accorso urlando: “Ho chiamato uomini, non balordi”. Direi, un’etica giustamente sferzante l’umano e non anestetica come è quella dell’umano nel loop. Lontano dalle seduzioni delle sedazioni (le attuali derive anestetiche dell’etica), le ferite narcisistiche provocate dall’AI ci richiedono provocanti di fare innovazione culturale. Di produrre, cioè, nuovo senso e significato per un divenire-umano e un divenire-planetario nuovi nell’era delle ingegnerie istituenti. Quale umano e quale loop, dunque, vogliamo evocare? > (Accoto 2025)
<< …If automated systems and software are opaque by design, the human renders decisions transparent. If automated decisions risk subordinating humans to technocracy, the human provides the requisite dignity of human consideration. If automated systems discriminate on account of the way data encodes social bias, the human corrects errors and ensures decision quality. If automation produces non-reflective forms of mindless governance, the human grounds the legitimacy and authority of legal commands. If software dissolves accountability into the procurement, design and engineering of a decision system, the human provides a coherent locus of responsibility. If automation includes emergent and generative qualities, the human garners trust, and normalises regulatory strategies premised on risk management. These intuitions mean the human in the loop has become a sort of Talisman of the appeal to re-humanise – a symbolic regulatory apparatus. At the same time, however the human in the loop’s capacity to satisfy those demands has been questioned on a number of registers (…) These arguments terminate in a conceptual and regulatory impasse. Human oversight of automated decisions may, at times, be ineffective or functionally impossible, but abandoning human agency in decision-making is politically and functionally inconceivable >> (Goldenfein, Lost in the Loop. Who is the “human” of the Human in the Loop?)
“… non odo parole che dici umane” – Gabriele D’Annunzio
<< … C’è una domanda esistenziale che arrischia il presente e assilla il mondo. È la questione di chi avrà l’ultima parola tra l’umano e la macchina. Questo interrogativo agonistico è letterale tanto quanto figurato. Ideologico, direi, in ultima istanza. Racconta dei modelli linguistici su larga scala che hanno conquistato le cronache del nostro quotidiano con macchine che, in simulazione computazionale, scrivono e prendono la parola. Ma dice anche dei destini immaginati per l’umano prossimo che utopie e distopie, di volta in volta, evocano tra nuove vulnerabilità e nuove immunità. Tuttavia vorrei avanzare intorno alla domanda sul primato dell’ultima parola una prima radicale provocazione. Vale a dire che, mentre ci si affanna a sancire chi, come e perché dovrà avere l’ultima parola, un’ultima parola in realtà è stata già detta. Semplicemente non ce ne siamo accorti (…) l’ultima parola è stata in realtà già detta perché la parola umana è ora divenuta altro (…) queste parole (inumane), addestrate nello spazio matematico nascoso dei dati linguistici, calcolate e assemblate con intelligenza probabilistica, fatte circolare inflattivamente dalle macchine, terremotano la nostra civiltà. Nei fatti questa presa di parola della macchina sta facendo collassare, d’un colpo, il senso del linguaggio naturale – orale, scritto e poi stampato – e della scrittura umana per come si sono sin qui storicamente evoluti. Con questo cedimento si incrinano anche altri domini di senso implicati: l’autorialità, la normatività, la responsabilità, l’autenticità. Insieme ad essi, più radicalmente, è anche il crollo della civiltà dello scrivente e del parlante, dell’autore e del lettore, dell’ordine del discorso e dei regimi di verità creati su questo nel corso del tempo (…) Se si riduce il tutto solo a macchine retoriche che parlano e scrivono (al pari di pappagalli stocastici) non si coglie la portata di questo esperimento «istituzionale» e non meramente «tecnologico» del linguaggio più-che-umano. Che non è semplicemente un capitolo nell’evoluzione ingegneristica della scrittura e della parola, pur trattandosi naturalmente di un avanzamento nella produzione macchinica del linguaggio naturale umano. Non è solo, dunque, una questione di generazione di linguaggi sintetici. Piuttosto e insieme è l’avvio della costruzione di nuove istituzioni umane al pari di mercati, burocrazie, imprese. Dobbiamo dunque imparare a leggere con più densità cultura le e filosofica (e politica) le trasformazioni in atto (…) Ci saranno parole senza autori, lettori senza testi, retoriche senza intenzioni, significati senza referenti, linguaggi senza mondi? (…) Dobbiamo prenderci il rischio di fronteggiare il paradosso, insieme, dell’estensione e dell’estinzione della parola umana …>> (Il Pianeta Latente, Accoto, 2024)
Per approfondire, potete leggere i saggi qui sotto segnalati
Su RaiPlay e Youtube potete ora rivedere il mio intervento nella puntata di CODICE dell’8 agosto su RAI 1 ideata e condotta da Barbara Carfagna: dalle tecnologie general-purpose alle institutional technologies tra macchine parlanti e macchine transanti. Un passaggio chiave da tecnologie esistenziali (e provocanti) a tecnologie istituzionali (e istituenti). Dunque, domanda strategica per imprese e mercati: si tratta di robot intelligenti, agenti o … più propriamente istituenti? Buona visione!
ps. per chi volesse approfondire qui ci sono anche le mie slide a tema (MIT Sloan Management Review Conference 2025, “Nuova Vitam Instituere. La Potenza Istituente della Tecnica”)
< È opinione comune che bisogna ‘governare la tecnologia’. Da ultimo, in ordine di tempo, quella dell’intelligenza artificiale ma non solo. In uscita nei prossimi mesi qui sotto alcuni titoli. Dunque, a fronte delle arrischiate uncanny valley che stiamo attraversando (e anche già abitando), si sollevano richieste accorate di mettere a governo (giuridico, etico, sociale, politico…) le ondate tecnologiche in essere e in divenire (intelligenze artificiali, monete crittografiche, simulazioni quantistici ad es). Vulnerabilità e rischi di varia natura sono i fattori scatenanti queste volontà normative e governanti oggi a tre fondamenti (mercato in Usa, persona in Europa, stato in Cina). Certo, c’è un che di condivisibile e consolante (e di giusto) in questi richiami alla governabilità della dimensione tecnica. E, tuttavia, mi sembra però anche che queste esortazioni governamentali palesino tutte, in fondo, una certa naïveté filosofica. In che senso diciamo che la tecnologia è governabile? A quali condizioni immaginiamo si possa governare? Come, quando e per cosa deve essere sottoposta a governo la tecnica? Le sue fondazioni o le sue applicazioni? Le innovazioni del presente o le loro conseguenze all’orizzonte? E che dire dell’economia politica della tecnica? È solo ingegneria o è anche e soprattutto politica? Va da sé che, se la tecnica necessita di regole, è perché è ritenuta o incapace di autogoverno (in-abilità) oppure addirittura proprio renitente al governo (in-disponibilità). L’ingovernabilità è temuta e insieme negata. In tutti i casi, la governabilità è data e presupposta. La tecnologia è governabile, si può governare e si deve governare. E così sempre più, principi, valori, modelli, leggi, regole, pratiche sono evocati dall’esterno per incatenare catecheticamente e cateconticamente una tecnica scatenata. Con un paradosso, direi che la cibernetica, scienza massima del controllo, richiede di essere a sua volta controllata. Ma è proprio così? Perché e per chi? E se si, come fare? I filosofi sanno bene le molte e diverse complessità e ambiguità proprie del katéchon, cioè del potere invocato a contenere il caos di Pandora e di Babele …” (Accoto 2025)
Ieri sera su RAI 1 una nuova puntata di CODICE, il programma ideato e condotto da Barbara Carfagna con un mio intervento sulle frontiere della cripto-robotica: dalle macchine parlanti alle macchine transanti. Abbiamo osservato l’orizzonte in divenire tra robotica intelligente, agente e istituente. Perchè istituente? Perchè occorre guardare non solo alla capacità strumentale della tecnica, ma anche a quella istituzionale. Dunque, non solo a quella agente, ma anche a quella istituente (non solo automazione intelligente, ma coordinamento economico). Nuovi agenti autonomi -> nuove interazioni more-than-human-> nuovi mercati automatizzati. Così abbiamo osservato non solo lo sviluppo della singola ingegneria (AI), ma anche gli incroci tra ingegnerie che stanno emergendo come quello tra AI e Blockchain. Se avete perso la puntata ed è di vostro interesse, la ritrovate disponibile su RaiPlay. Buona visione!