Sulla potenza retorica delle macchine (Accoto 2024)


“Influential Machines” (2024) esplora la portata e la potenza “retorica” dei sistemi di intelligenza artificiale. È un testo chiave per comprendere a fondo la performance della simulazione computazionale come capacità d’influenza su ambienti, contesti e comportamenti. L’abilità retorica, anch’essa finora prerogativa solo dell’umano insieme al linguaggio (da cui abbiamo escluso erroneamente in passato vegetali e altri animali), si mostra ora essere prerogativa anche delle macchine, una novità affascinante tanto quanto insidiosa. Linguaggio, ma non solo, dunque. Azioni e movimenti, espressioni dei volti, restituzioni sensoriali. Questa capacità energetica d’influenza macchinica comincia ad esercitarsi oggi su molti domini e a vari livelli. Da canale di comunicazione secondo il vecchio paradigma antropo-logistico, la tecnologia artificiale diviene sempre più attante della comunicazione evocando un nuovo paradigma macchino-registico. Anche lontano dalle frasi facili e consolatorie circolanti sull’umano in controllo e posizionato al centro o al vertice dei processi comunicazionali e decisionali. Riuscire a significare culturalmente e strategicamente questo passaggio è una delle sfide più rilevanti che le provocazioni di senso dell’intelligenza artificiale ci stanno già ponendo. Dunque, cibernetica e retorica. Come scrive Coleman, oltre al ‘front end’ e al ‘back end’, c’è un ‘deep end’ della cibernetica tutto da investigare … (Accoto 2024)


”… While machines might not be persons engaging in symbolic interaction with other humans, they might nonetheless add something persuasive as machines, located not in stylistics or lines of argument per se, but rather in the energies that attend the performance of computing “at work” as they carry out processes (like calculating and/or lampooning a president). The idea that machines can add something to rhetoric can be difficult for some people to accept … (Coleman, 2024)

AI non è prodotto o servizio, ma fabbrica (Accoto 2024)

<Se -come ho scritto- l’AI non è né prodotto né servizio, ma fabbrica, allora dobbiamo allargare la nostra prospettiva strategica oltre le metafore tradizionali. Certo, la metafora ecologica dell’ecosistema è sempre più adoperata per interpretare fenomeni economici ad alta inter-connessione e super-modularità come i business a piattaforma, i mercati a più versanti, le reti decentralizzate, i criptosistemi. E sicuramente quella ecosistemica è una lettura che offre significativi elementi analitici ed esplicativi. Insieme a questa, tuttavia, credo possa essere interessante incrociare ed esplorare anche un’ulteriore prospettiva. Traslando in questo caso non le metafore eco-biologiche, ma le modellizzazioni fisico-quantistiche. Un’interpretazione della meccanica quantistica sostiene, ad es., che un sistema quantistico probabilistico collassa in uno stato determinato solo quando è oggetto di misurazione. Se in ipotesi immaginiamo, allora, l’attuale computazione planetaria (come stack di infostrutture di misurazione e osservazione distribuita) come macchina astratta eminentemente misurativa, le sue operazioni di misurazione sarebbero l’atto che fa collassare in uno specifico stato d’esistenza le molte possibilità del mondo (e del business)? Ciò che è rilevante, allora, non è semplicemente il “datum” (dato) della misurazione, ma “l’actum” (atto) del misurare. Sorprendentemente, potremmo allora osare e dire che forse non esisteranno più le catene del valore con cui le imprese hanno immaginato servizi, industrie e mercati. Piuttosto, nel solco di questa suggestione filosofico-quantistica, ci saranno mondi costantemente simulati ed evocati, misurati e creati dentro e attraverso molteplici tecnoversi. Sempre più con dati, codice in runtime, algoritmi e protocolli, digital twin e simulazioni a varia scala, piattaforme in stack operazionalizzano i collassi (della funzione d’onda) del valore. Dunque, in questa mia incursione filosofica arrischiata, non avremmo più a che fare con ‘catene del valore’, ma con ‘collassi del valore’. In prospettiva, il valore non si produrrà più per concatenamento, ma per collassamento. Stack tecnologici, dunque, al pari di mega macchine/fabbriche quantistiche che collassano ininterrottamente e non senza vulnerabilità lo stato del mondo e con esso la creazione di valore di business. Se questo ha un qualche senso esplorativo, vanno ripensati modelli di pensiero e paradigmi culturali. Per passare concettualmente, strategicamente e operativamente, dalle classiche catene del valore agli attuali ecosistemi del valore ai futuri stack (quantistici) del valore. Tra scale, scope e speed, Fusion Strategy racconta con ricchezza di casi e modelli un mondo/un business industriale sempre più fatto di dati in real-time (datagraphs) e AI (anche generativa) che progressivamente si sta trasformando e ne esplora le strategie per competere nel passaggio dei paradigmi industriali> (Accoto 2024)

Un-AI o dell’incognita AI (Accoto 2024)

Sto ultimando la lettura dell’ultimo saggio di Roman Vladimirovich Yampolskiy (2024). L’autore è ascrivibile al filone tecno-culturale del “rischio esistenziale” dell’AI. Nei ringraziamenti d’apertura vengono citati Jaan Tallinn, Elon Musk e il Future of Life Institute come finanziatori parziali del suo lavoro di ricerca sull’AI safety. Il volume (qui sotto ne riporto la copertina) raccoglie i suoi studi più recenti che affrontano proprio tecnicamente e strategicamente le questioni della sicurezza nell’implementazione dell’AI. Il titolo provocatoriamente cita le 3 <Un> (unexplainable, unpredictable, uncontrollable, ma ce ne sono moltissime altre nel libro in sequenza) al centro delle sue ricerche. Il fronte intellettuale del rischio esistenziale mi sembra oggi in via di contenimento rispetto al clamore mediatico di qualche mese fa (l’orientamento dell’oggi è più sui rischi ‘non-esistenziali’, diremmo per contrapposizione, più immediati e urgenti: discriminazione, manipolazione, alienazione, sostituzione …). Peraltro, io sostengo che l’AI non è “rischio di esistenza”, ma “provocazione di senso”. E tuttavia può essere comunque interessante confrontarsi (e contro-argomentare nel caso di volta in volta) con le riflessioni e le esercitazioni di quanti prefigurano -da tecnici- situazioni estreme, inattese, sconosciute, inverificabili, ingestibili, inesplicabili, ingovernabili, incomprensibili). Il confronto e la discussione aperta con queste posizioni possono essere un esercizio speculativo e strategico utile a tenere la mente esplorativamente aperta e esercitata rispetto alle emergenze (nel senso di novità e rischiosità) a spettro più ampio delle vulnerabilità già note. E direi anche forse sono utili per controbilanciare alcune ingenuità filosofiche e politiche (human in-the-loop e in control, explainable AI, tech predictability/trust, machine alignment…) che circolano dentro un dibattito un pò troppo spesso tenuto sulla superficie delle questioni in essere e in divenire e poco scavato filosoficamente a ben guardare (Accoto 2024)

Il mondo come superficie e abisso dell’attacco (Accoto 2024)

Su Harvard Business Review Italia, un mio intervento tecno-filosofico su < tech & sec > per esplorare strategicamente le molte vulnerabilità del Pianeta Terra digitale. Perchè è il mondo, oggi, la superficie (e l’abisso) dell’attacco. Il mondo nel suo essere programmabile, il mondo nel suo esser-C (Accoto 2024). Un grazie al direttore di HBR Italia, Enrico Sassoon, per l’apprezzamento e per l’ospitalità. Buona lettura sul sito/blog di HBR Italia!

https://www.hbritalia.it

< Dai bracci meccanici agli abbracci robotici > (Accoto 2024)

“Noi e loro. Umani al tempo dei robot” è lo Speciale TG1 di Barbara Carfagna dedicato all’evoluzione e alla declinazione della robotica umanoide per come viene sviluppandosi in giro per il mondo. Settimana scorsa su RAI 1, una puntata ricca di prospettive e progetti planetari che ci porteranno, non senza complessità, dalla robotica industriale alla robotica sociale. Tra opportunità e vulnerabilità, lungo tutta la puntata i miei diversi interventi per collocare e leggere in una prospettiva culturale e filosofica questo passaggio (non scontato e non semplice) dai “bracci meccanici” agli “abbracci robotici” come l’ho definito con un’immagine provocatoria ed evocativa. Liberate dalle gabbie industriali dove le avevamo rinchiuse un tempo, le macchine si avviano a diventare agenti sociali ad autonomia e complessità crescente. Come e per chi gestiremo questo passaggio (vantaggio?) anche arrischiato di questa nuova automazione e della simulazione computazionale? Nel corso della puntata, ho raccontato di alcune potenziali linee di sviluppo: la robotica dei viventi (dal morbido al vivente), la robotica degli sciami (dal corpo allo sciame), la robotica degli agenti (dagli oggetti agli agenti). Infine, il richiamo alle evoluzioni ‘chimeriche’ che incrociano tecnologie diverse come robotica e blockchain (ma anche quantum computing e artificial intelligence e molto altro). Un grazie a Barbara Carfagna per l’invito ad accompagnarla e a contribuire a questa puntata dello Speciale TG1. In caso di interesse, l’intera puntata (1 ora) la si può rivedere su RAI Play

AI non è prodotto o servizio, ma nuova fabbrica (Accoto 2024)

L’automazione è oggi al centro di un’evoluzione profonda e pervasiva delle interazioni sociali e delle dinamiche economiche planetarie. Mira a conquistare e consolidare questa dominanza incarnandosi in forme sempre più fondative e sorprendenti dentro la storia della civilizzazione umana e dei suoi modi di produzione. Questa fase contemporanea di competizione strategica e di business experimentation abilitata dall’automazione ha caratteristiche nuove e distintive al punto che è stata anche riqualificata come “iperautomazione”. Per questo si vengono anche moltiplicando e diffondendo – sia pur con declinazioni varie, ma prossime di senso – espressioni come machine economy, agent economy, autonomous economy, artificial economy, solo per citare quelle più note. Dentro questo passaggio all’economia della macchina, oltre alla meccatronica e robotica più classiche (e in aggiunta anche a quelle più recenti della robotic process automation, della robotica a sciami o di quella cobotizzata dei sistemi industriali umano-macchina collaborativi e, in prospettiva, della robotica dei viventi con l’incrocio tra biologia e ingegneria), vanno oggi portate in maggiore evidenza e in analisi le automazioni di business prodotte dagli algoritmi di deep learning dell’intelligenza artificiale generativa (e tutte le FMOps relative: dai linguaggi macchinici, alle immagini sintetiche, agli agenti autonomi) oltre quelle abilitate dai protocolli crittografici delle varie ed emergenti organizzazioni decentralizzate autonome (tra self-employed robot, machine-customer, protocol fork). Stiamo entrando, dunque, in una stagione accelerata di “neoautomazione” che richiederà per certo nuove culture, nuove mentalità e, naturalmente, anche nuove competenze. È un’automazione al cubo (cubed automation) o, come l’ho anche definita, l’automazione delle 3M: mani, menti, mercati. Si automatizza la forza fisica, la capacità cognitiva, la relazione mercantile scardinando con radicalità forme organizzative classiche, antiche divisioni del lavoro e pratiche produttive consolidate. L’AI è infatti insieme, direbbero i greci, lògos e érgon, ragione e azione. Con l’erosione del paradosso cautelativo di Polanyi e con la messa in questione della polarizzazione dei task (umani bravi a fare alcune cose e le macchine a farne altre), nuove cognizioni del mondo e nuove divisioni del lavoro sono all’orizzonte. È dentro questa nuova dialettica coevolutiva intricata e non scontata tra automation (sostituzione), heteromation (subordinazione) e augmentation (aumentazione) che il lavoro umano dovrà riuscire a immaginare e costruire un suo nuovo e migliore futuro. L’AI non è dunque – come ingenuamente si dice – prodotto o servizio, ma proprio nuova fabbrica. Nuova fabrica mundi > (Accoto 2024)

< Dai LLMs ai LMSys: dai modelli ai sistemi > (Accoto 2024)

< Portare in produzione reale, a scala industriale e con modularità automatizzata efficiente e sicura (tra infrastrutture, macchine, dati, algoritmi e applicazioni) un modello linguistico fondazionale implica uno sforzo strategico e ingegneristico non indifferente e non da tutti. Il prompt engineering fatto dall’umano (a cui molti oggi fanno riferimento) è solo la punta sdrucciolevole e più nota di un icerberg sottostante invisibile, impermanente e intrattabile (e, tuttavia, da gestire in qualche modo). Progettare e costruire questo iceberg immaginandolo e implementandolo con tutte le sue complessità richiederà visione e strategia (e moneta e talento). Siamo chiamati ad una fatica erculea per molti versi e, in una certa misura, anche sisifea (utile o inutile questo dipenderà da come la faremo), sovrumana e insieme ininterrotta. Non so quanta consapevolezza diffusa ci sia in merito alla superficie e all’abisso di questo Pianeta Terra Digitale che ci accingiamo ad abitare. Temo sia poca e insufficiente. Così come è tutta ancora da costruire la cognizione filosofica di questa tettonica delle placche digitali. La cognizione del mondo si fa nuova, dunque, evocando pensieri (e strumenti) inesplorati e sorprendenti. Provocanti, in una significativa misura. Perchè con il dispiegarsi planetario dell’intelligenza artificiale, noi non affronteremo solo problemi tecnici con vulnerabilità e rischi reali di discriminazioni, manipolazioni, deprivazioni, polarizzazioni, alienazioni, contraffazioni. Piuttosto e più radicalmente noi fronteggeremo delle provocazioni intellettuali. A partire da quella primaria sulla natura dell’umano (chi siamo? o meglio, chi diveniamo?) declinata poi in molte altre domande di senso e di scopo: può esistere una scrittura impermanente senza l’autore come accade per i modelli linguistici su larga scala? e una fotografia realistica senza rappresentazione isomorfica come avviene per le immagini sintetiche? e un’autonomia decisionale astensiva -e non estensiva- dell’umano come immaginata dagli agenti artificiali? Questi non sono solo problemi. Sono provocazioni. E se ai problemi tecnici lavoreremo, nel tempo e a tentativi, per trovare una soluzione ingegneristica di qualche tipo (informatica, legale, istituzionale e così via), alle provocazioni intellettuali dovremo invece rispondere, di necessità, con l’innovazione culturale. A questo compito più alto siamo oggi chiamati tutti e tutte (superando l’attuale deriva anestetica dell’etica): alla produzione di nuovo senso e di nuovi significati per questo nostro abitare terrestre con le sue nuove zolle computazionali … > (postilla a “The Latent Planet”, Accoto 2024)

(images: “Scalable and Efficient Systems for Large Language Models”, Lianmin Zeng, marzo 2024)

Dai bracci meccanici agli abbracci robotici (Accoto 2024)

“Noi e loro. Gli umani al tempo dei robot” è lo Speciale TG1 di Barbara Carfagna dedicato all’evoluzione e alla declinazione della robotica umanoide per come viene sviluppandosi in giro per il mondo. Ieri sera su RAI 1, una puntata ricca di prospettive e progetti planetari che ci porteranno, non senza complessità, dalla robotica industriale alla robotica sociale. Tra opportunità e vulnerabilità, lungo tutta la puntata i miei diversi interventi per collocare e leggere in una prospettiva culturale e filosofica questo passaggio (non scontato e non semplice) dai “bracci meccanici” agli “abbracci robotici” come l’ho definito con un’immagine evocativa. Un grazie a Barbara Carfagna per l’invito ad accompagnarla e a contribuire in questa puntata dello Speciale TG1. In caso di interesse, l’intera puntata di ieri sera si può rivedere su RAI Play