“In che modo e per che cosa competono, in ultima istanza, le infostrutture/infrastrutture planetarie più comunemente note come big tech? Quando e perché questi emergenti ecosistemi di business divengono veri e propri tecnoversi ad alta inflazionarietà? E qual è la natura ultima della nuova competizione prodotta da questi stack tecnologici multiversali e come si esercita nel mondo e dentro i mercati? Più concettualmente: competono al/nel/col presente degli attuali assetti industriali o piuttosto -come si dice paradossalmente- con imprese che ancora non esistono? Nella mia suggestione, al pari di mega macchine quantistiche su scala planetaria, queste -che definisco quantum stack- creano valore collassando il reale, istante dopo istante, attraverso l’infinita misurazione del mondo. Dunque, speculativamente non competono sic et simpliciter nella produzione di nuovi prodotti e merci rivali o nell’erogazione di nuove esperienze e servizi mirati. Piuttosto e più radicalmente, come novelli demiurghi, competono nella costruzione di nuovi mondi. La loro è una competizione all’inesistente più che una competizione all’esistente. Una competizione, direi, più per horror vacui del futuro che per horror pleni del presente” (Accoto 2020)
“How and for what do the planetary infostructures/infrastructures more commonly known as big tech ultimately compete? When and why do these emerging business ecosystems become true high-inflationary technoverses? And what is the ultimate nature of the new competition produced by these multiversal tech stacks and how is it exercised in the world and within markets? More conceptually: do they compete at/with/in the present of current industrial assets or rather -as they paradoxically say- with firms that do not yet exist? In my suggestion, like mega quantum machines on a planetary scale, these -which I define as quantum stacks- create value by collapsing our real, instant by instant, through the infinite measurement of the world. So, speculatively, they do not compete for -sic et simpliciter- the production of new rival products and commodities or in delivering new experiences and targeted services. Rather and more radically, as novel demiurges, they compete in the construction of new worlds. They are worldbuilders. This is a competition to the non-existent rather than a competition to the existent. A competition, I would say, more for the horror vacui of the future than for the horror pleni of the present” (Accoto 2020)
Di attacchi informatici e filosofia decostruttiva (Accoto)
“Chiediamoci: esiste una qualche esperienza della computazione che possa dirsi e farsi sicura? E se, dunque, non esiste nessuna computazione che possa farsi e dirsi al sicuro, che cosa rappresenta filosoficamente questa insicurezza? Possiamo considerare ad es. questi attacchi alle forme della scrittura della nostra contemporaneità (la programmazione) un’innovativa forma contemporanea di decostruzione filosofica?… Semplificando il discorso, se consideriamo la programmazione, il codice e i programmi software la forma particolare di scrittura del nostro presente allora la guerra informatica, nelle sue varie e cangianti forme, può rappresentare una sorta di contemporanea filosofia decostruttiva operata con altri mezzi?… Come per i processi decostruttivi filosofici -scrive Justin Joque in Deconstruction Machines- la guerra informatica replica una specifica logica: attacca una testualità, quella della programmazione. Se consideriamo le linee di codice che reggono la nostra società come razionalità testualizzata, un’intrusione dentro quella scrittura non è forse un atto di scardinamento filosofico-decostruttivo del reale?” (Accoto, Il mondo ex machina)
“Let us ask: is there any experience of computation that can be said and done safely? And if there is no computation that can make and say safe itself, what does this insecurity represent philosophically? Can we consider, for example, these attacks to the forms of our contemporary writing (coding) as an innovative, contemporary form of philosophical deconstruction? … Simplifying the argument, if we consider programming, code and software programs as the particular form of writing of our present, then cyber attacks, in their various and changing forms, can represent a sort of contemporary deconstructive philosophy operated by other means? … As with philosophical deconstructive processes -Justin Joque writes in Deconstruction Machines- cyberwar replicates a specific logic: it attacks a textuality, that of programming. If we consider the lines of code that govern our society as textualized rationality, isn’t an intrusion inside software writing an act of philosophical-deconstructional unhinging of the real?” (Accoto, Il mondo ex machina)
Tre esercizi philtech strategici (Accoto 2020)
“Tre esercizi filosofici ad alta speculatività – visualizzati e sintetizzati con altrettante mappe orientative di terre incognite – sono stati proposti a imprese e manager nei philtech lab. Si tratta di diagrammi che ho immaginato per sollecitare e allenare il pensiero di management sull’orizzonte tecnologico e sull’impatto di business in divenire. Sono incursioni arrischiate del pensare filosofico contemporaneo -di natura prefigurativa- dentro le tecnicalità dell’imminente/immanente: (1) dall’archivio all’oracolo ovvero dell’economia della prolessi; (2) di scambi, sconfinamenti e scale ovvero dell’economia della catallassi; (3) dall’ecosistema al multiverso ovvero dell’economia dei collassi. Un esercizio speculativo e operativo del filosofare tra software in runtime e sensorio macchinico, algomazione e simulazione, data switch e feedforward, chaos engineering e stack tecnologici inflattivi del reale. Esercitazioni del pensare strategico per stimolare il cambio delle culture d’impresa necessario alla cocreazione di valore nell’era dei quantum stack” (Accoto 2020)

“Il mondo dato” (citazione)
Una preziosa citazione da “Il mondo dato” è contenuta nell’ultimo saggio di Vanni Codeluppi, “Come la pandemia ci ha cambiato”. Sono felicemente sorpreso e onorato della menzione. Ringrazio molto, dunque, il prof. Codeluppi, sociologo di fama ed esperto di consumi e comunicazione mediale, per la lettura fatta e per l’apprezzamento del mio testo. Grazie!

L’assettizzazione del codice (Accoto 2020)
“Le forme presenti e prossime di quella che definisco ‘assettizzazione del codice’ sono oggi tutte in via di sperimentazione. E, tuttavia, l’economia digitale manca di un’analisi filosofica profonda di cosa è un ‘oggetto digitale’. Una lacuna che rischia di aggravarsi mentre emergono criptosistemi fondati proprio su un’economia della creazione, conservazione e circolazione di ‘oggetti-valori’ digitali. Più in specifico, creazione, conservazione e circolazione di oggetti-valori digitali (cryptoassets) come nuova forma di assettizzazione del codice software. Filosoficamente, cosa è, dunque, un oggetto-valore digitale e qual è il suo modo di esistenza? Qual è la sua ontologia, direbbero i filosofi? Per essere più concreti, ad es. quando Satoshi Nakamoto scrive -nel suo paper fondativo del protocollo di rete Bitcoin- ‘definiamo una moneta elettronica come una catena di firme digitali’, che statuto ontologico dobbiamo assegnare a questo oggetto digitale (‘catena di firme digitali’) progettato dal suo creatore per ontologizzarsi in valore? Cosa è, dunque, filosoficamente un cryptoasset? In che forme e a quali condizioni si produce questa nuova assettizzazione del codice software?” (Accoto 2020)
“Present and proximal forms of what I call ‘code assetization’ are all being tested and experimented today. And yet, the digital economy lacks a deep philosophical analysis of what a ‘digital object’ is. This gap is likely to widen as new cryptosystems are emerging based on an economy of creation, conservation, and circulation of digital ‘objects-values’. More specifically, creation, conservation, and circulation of digital objects-values (cryptoassets) as a new form of software code assetization. Philosophically, what is, then, a digital object-value, and what is its mode of existence? What is its ontology, philosophers would say? To be more concrete, e.g. when Satoshi Nakamoto writes -in his founding paper of the Bitcoin network protocol- ‘we define an electronic currency as a chain of digital signatures’, what ontological status should we assign to this digital object (‘chain of digital signatures’) designed by its creator to ontologize itself into value? What, then, is a cryptoasset philosophically? In what forms and under what conditions is this new assetization of software code produced?” (Accoto 2020)
un grazie alle riviste ‘La Civiltà Cattolica’ e ‘Filosofia’ per le recenti citazioni e referenze relative ai miei ultimi saggi: ‘Il mondo dato’ e ‘Il mondo ex machina’ contenute rispettivamente negli articoli: ‘Un’etica condivisa nell’era digitale’ (La Civiltà Cattolica, Quaderno 4075, 2020) e ‘Macchine leibniziane?’ (Filosofia, Anno LXV, 2020)

Di quantum stack e competizione all’inesistente (Accoto)
“In che modo e per che cosa competono, in ultima istanza, le infostrutture/infrastrutture inflattive planetarie più comunemente note come ‘big tech’? Quando e perché questi emergenti ecosistemi di business divengono veri e propri tecnoversi ad alta inflazionarietà? E qual è la natura ultima della nuova competizione prodotta da questi stack tecnologici multiversali e come si esercita nel mondo e dentro i mercati? Competono al/nel/col presente degli attuali assetti industriali o piuttosto, come si dice paradossalmente, con imprese che ancora non esistono? Al pari di mega macchine quantistiche su scala planetaria, quelli che definisco ‘quantum stack’ creano valore collassando istante dopo istante il reale attraverso l’infinita misurazione del mondo. Occorre allora spostare il focus delle imprese e rivedere le strategie competitive nell’era dei multiversi. Perché quello che è rilevante, in termini ontologici e ontogenetici, non è tanto il ‘dato’ (datum) della misura, ma ‘l’atto’ (actum) della misurazione. O, meglio, è l’operazione di misurazione del mondo nella sua relazione con la produzione del reale. E del business del futuro” (Accoto 2020)
On quantum stacks and competition to non-existence
“How and for what do the planetary infostructures/infrastructures (more commonly known as ‘big tech’) ultimately compete? When and why do these emerging business ecosystems become high-inflationary technoverses? And what is the ultimate nature of the new competition produced by these multiversal tech stacks and how is it exercised in the world and within markets? Do they compete at/in/with the present of current industrial assets or rather, as they paradoxically say, with enterprises that do not yet exist? Like mega quantum machines on a planetary scale, what I call ‘quantum stacks’ create value by collapsing -moment by moment- the real through the infinite measurement of the world. So we need to shift the focus of businesses and revise competitive strategies in the age of multiverses. Because what is relevant, in ontological and ontogenetic terms, is not so much the ‘datum’ of measure, but the ‘actum’ of measurement. Or, rather, it is the operation of measuring the world in its relationship with the production of reality. And of the business of the future” (Accoto 2020)
Catallassi e Prolessi (Accoto 2020)
“In un contesto strategico che chiamo delle tre E (exchanges, edges, ecologies o anche scambi, sconfinamenti, scale), questo diagramma di sintesi incrocia: a) processi economici di catallassi (dinamiche umane/inumane di scambio di servizi-per-servizi tra beneficiari), b) pratiche della liminalità d’impresa (meccanismi di apertura, connessione e flusso inter-aziendali), c) tensioni ecoopetitive (pratiche di integrazione di risorse, competizione e collaborazione in ecosistemi/ecologie di cocreazione del valore). Dunque, design logic per progettare e costruire interazioni, contrattazioni, transazioni multi-agente (agentività sia antropiche sia negantropiche), game theory per gestire coopetitivamente sconfinamenti infra/infostrutturali (api, sdk, ide, smart contracts), scale thinking per valorizzare ecosistemi di servizio, coemergenti e coevolventi, scalari e prolettici cioè orientati dal/al futuro (su scale varie: geografiche, industriali, organizzative). Il tutto integrando risorse tangibili e intangibili, operanti ed operande, proprietarie e non proprietarie, automate o meno: materiali, oggetti, dati, codice, algoritmi, protocolli. Due i vettori strategici per le imprese: la catallassi e la prolessi” [Accoto 2020]
“In a strategic context that I call 3E (exchanges, edges, ecologies), this synthetic diagram crosses: a) economic processes of catallaxis (human/inhuman dynamics of service-for-service exchange between beneficiaries), b) practices of business liminality (mechanisms of openness, connection, and inter-companies flow), c) coopetive tensions (practices of integration of resources, competition-collaboration in ecosystems/ecologies of co-creation of value). Therefore, design logic to imagine and build interactions, negotiations, multi-agential transactions (both anthropic and neganthropic agents), game theory to coopetitively manage infra/infostructural entanglements (api, sdk, ide, smart contracts), scale thinking to enhance ecosystems of service, co-emergent and co-evolving, scalar and proleptic, oriented by/to the future (on various scales: geographical, industrial, organizational). All this by integrating tangible and intangible resources, operand and operant, proprietary and non-proprietary, automated or not: materials, objects, data, code, algorithms, protocols. Two strategic vectors for future companies: catallaxis and prolepsis “[Accoto 2020]

Il divenire-spazio del codice (Accoto)
“Dunque, c’è un divenire-spazio della computazione. Tecnicamente e da ultimo, lo si connota come ‘spatial computing’ includendo forme di programmazione spazializzata come, ad esempio, realtà aumentata e virtuale, robotica e automazione, sensoristica incorporata e fabbricazione digitale ad alta dimensionalità e così via. Una computazione volumetrica dunque che marca -forse oltre il punto di non ritorno- il passaggio ingegneristico dal solipsismo della macchina che calcola al suo interno il mondo alla perturbazione della macchina che esperisce il mondo al suo esterno. Questo divenire-immanente della computazione, questa mondanità del codice software è cruciale anche e soprattutto filosoficamente. Speculativamente e di fatto, incarna e documenta infatti la dilatazione della vertigine epistemica dell’incompiutezza computazionale. Perché, come suggeriscono Fuller e Matos in ‘Feral Computing’, l’incompletezza da questione logico-formale interna della macchina si fa anche questione di incompletezza empirico-fisica verso il mondo. Dunque, questa esperienza spaziale della computazione rivela e sancisce questa duplice ontogenesi dell’incompletezza macchinica: in sé e per l’altro, potremmo dire” (Accoto 2020)
“Therefore, we are experiencing the becoming-space of computation. Technically and ultimately, it is connoted as ‘spatial computing’ including forms of spatialized programming such as, for example, augmented and virtual reality, robotics and automation, embedded sensors and high-dimensional digital manufacturing … A volumetric computation, indeed, which marks -perhaps beyond the point of no return- the engineering shift from the solipsism of the machine that internally calculates the world to the perturbation of the machine that experiences the outside world. This becoming-immanent of computation, this worldliness of the software code is also and above all philosophically crucial. Speculatively and in fact, it embodies and documents the expansion of the epistemic vertigo of computational incompleteness. Because, as Fuller and Matos suggest in ‘Feral Computing’, the incompleteness of the internal logical-formal question of the machine also becomes a question of empirical-physical incompleteness towards the world. Therefore, this spatial experience of computation reveals and sanctions this double ontogenesis of machinic incompleteness: in itself and for the other, we could say “(Accoto 2020)
