AlphaFold o del simulare il mondo (Accoto 2020)

“Lo sguardo filosofico esplora sempre l’attuale tecnologico collocandolo in un orizzonte speculativo e ontogenetico più ampio. Ad esempio, valutando il come e il perché dell’adozione crescente di ‘simulazioni’ del mondo computazionalmente instrumentate. Come nel caso della ricostruzione della struttura atomica nativa ad alta dimensionalità delle proteine (tecnicamente noto come protein folding problem). Il metodo della simulazione computazionale rappresenta un salto epistemologico ed operativo anche per le culture d’impresa e le strategie di business. Filosoficamente, la simulazione computazionale riduce lo scarto ontologico tra ‘modello’ e ‘mondo’ (in virtù della sua plasticità intrasparente sopravanza altri metodi come l’esperimento -scrive il filosofo Lenhard in Calculated Surprises. A Philosophy of Computer Simulation). È proprio, allora, in questa riduzione dello scarto ontologico che si possono produrre nuove opportunità di cocreazione di valore e nuove dinamiche di mercato oltre che nuove scoperte. Dunque, cos’è filosoficamente una simulazione computazionale predittiva del mondo? Come si produce questa riduzione dello scarto ontologico?” (Accoto 2020)

 [image: DeepMind blog post, 30 novembre 2020]
https://deepmind.com/blog/article/alphafold-a-solution-to-a-50-year-old-grand-challenge-in-biology

Tre esercizi phil-tech (Accoto 2020)

“Lo sguardo filosofico esplora sempre l’attualità tecnologica collocandola in un orizzonte di senso più ampio, astratto e altro rispetto ai discorsi correnti. La materia tecnica è così scavata più in profondità, osservata ed evocata nella sua potenza ontogenetica ultima, nella sua capacità ontologica di produrre (nuovo) mondo. Tre esercizi filosofici ad alta speculatività – visualizzati e sintetizzati con altrettante mie mappe orientative di terre incognite – sono qui proposti. Si tratta di diagrammi immaginati per sollecitare ed esercitare il pensiero di management sull’orizzonte tecnologico e di business in divenire. Incursioni arrischiate del pensare filosofico contemporaneo – di natura prefigurativa – dentro le tecnicalità dell’imminente/immanente: (1) dall’archivio all’oracolo ovvero dell’economia della prolessi; (2) di scambi, sconfinamenti e scale ovvero dell’economia della catallassi; (3) dall’ecosistema al multiverso ovvero dell’economia dei collassi. Un esercizio speculativo e operativo del filosofare tra software in runtime e sensorio macchinico, algomazione e simulazione, data switch e feedforward, chaos engineering e stack tecnologici inflattivi del reale” (Accoto 2020)

Programmare (per) l’evenemenziale (Accoto 2020)

“Tra coding e filosofia, cos’è, dunque, ‘evento’ per un’architettura microservita evenemenzialmente orientata? Come il codice – la scrittura vivente del mondo – crea, canalizza e consuma l’eventuale? In che misura e a che scopo, nella computazione event-driven, l’eventualità diviene ‘single source of truth’? Perchè, da ultimo, questo disegno ingegneristico dell’evenemenziale sollecita una speculazione filosofica?” (Accoto 2020)

La computazione che è e che fa esperienza (Accoto 2020)

“La programmazione è rimasta a lungo ‘cieca’ al mondo, al contempo non vista e non vedente. Per fare ‘esperienza’ ha dovuto mutare status ontologico. Significativi due cambi nel modo d’esistenza: uno più antico, l’altro più recente. Agli inizi la computazione è stata un’operazione calcolatoria ‘solipsistica’ (Yuill 2008). Un programma software non poteva essere interrotto nel suo funzionamento e occorreva attenderne la fine (batch). Per aprirlo agli eventi esterni e al mondo, abbiamo dovuto cambiarne natura inventando l’operazione di interruzione (interrupt) perché un programma avvertisse il bisogno di attenzione da parte di una qualche periferica (mouse o altra esternalità mondana). Il codice ha così cominciato a ‘sentire’ il mondo in cui è ospitato e oggi i computer lavorano a interruzione. Ma non è bastato. L’altra evoluzione rilevante riguarda ciò che storicamente si definisce ‘intelligenza artificiale’, oggi nella forma di machine e deep learning (…) Tecnicamente, parliamo di trasformazione dei dati in uno spazio geometrico vettorializzato, di ottimizzazione della ricerca delle funzioni di fitting, di aggiustamento dei pesi e delle deviazioni per retropropagazione dell’errore (backpropagation) e così via. Filosoficamente, cos’è fare ‘esperienza’ per una macchina?” (Accoto 2020, Mani, Menti, Mercati. Automazione e ominazione tra machine experience e machine economy, in Il primato delle tecnologie, Mimesis)

Tecnoversi inflazionari e competizione all’inesistente (Accoto 2020)

“In che modo e per che cosa competono, oggi, le infostrutture/infrastrutture planetarie che chiamiamo big tech? Sono dei monopoli, degli oligopoli o piuttosto -con un neologismo di Nicolas Petit – dei moligopoli? Se sono tali, qual è allora la natura ultima della nuova competizione moligopolistica e come si esercita nel nuovo mondo? Competono nel/col presente degli attuali assetti industriali o piuttosto, paradossalmente, competono con l’inesistente, con imprese che -come si sostiene- non sono ancora nate? E com’è fare una competizione all’inesistente? Quando e perché i nuovi mercati tecnologici divengono veri e propri tecnoversi inflazionari? Quali le forze e le strategie espansive evocate nativamente per la cocreazione di valore? Filosoficamente cos’è, dunque, ‘competizione’ nell’era degli stack inflattivi multiversali?” (Accoto 2020)

Prodotti, servizi, collassi (Accoto 2020)

“Da merci e prodotti a servizi e esperienze a collassi e multiversi. In una prospettiva strategico-prefigurativa, questo diagramma di sintesi evoca e incrocia molteplici dimensioni della relazione mondo-macchina. Lungo un vettore cronologicamente orientato, di volta in volta, indica: forma della macchina produttiva (factory, platform, stack), scopo della dinamica produttiva (goods/products, services/experiences, collapses/multiverses), tempo della valorizzazione produttiva (dallo skew-time al real-time al near-time). In questo percorso, la distanza ontologica tra mondo e macchina si viene accorciando sempre più (per salti successivi) con una tendenza all’immedesimazione per assimilazione del mondo da parte della macchina. Questa crescente identità si costruisce e si incarna nella capacità della macchina-stack (delle macchine-stack) di far collassare, istante per istante, lo stato del mondo. Il collasso avviene attraverso le operazioni di misurazione e simulazione che l’infrastruttura macchinica costantemente attiva dando così vita ai possibili multiversi, detti anche più comunemente ecosistemi” (Accoto 2020, in progress)

     

Dalle ‘catene’ del valore ai ‘collassi’ del valore (Accoto)

“Sorprendentemente, potremmo osare e dire allora che forse non esistono più le catene del valore con cui le imprese immaginano servizi e mercati. Piuttosto, nel solco di una suggestione filosofico-quantistica, ci sarebbero mondi costantemente evocati, misurati e creati dentro e attraverso molteplici tecnoversi (o universi tecnologici planetariamente istanziati). Sempre più con dati, codice in runtime, algoritmi e protocolli a varia scala, super piattaforme in stack e infostrutture tecnoversali operazionalizzano i collassi (della funzione d’onda) del valore. Dunque in questa mia incursione arrischiata, non avremmo più a che fare con ‘catene del valore’, ma con ‘collassi del valore’. In prospettiva, il valore non si produrrà per concatenamento, ma per collassamento. Stack tecnologici, dunque, al pari di mega macchine quantistiche che collassano ininterrottamente lo stato del mondo e con esso la creazione di valore di business. Se questo ha un qualche senso esplorativo, allora vanno ripensati modelli di pensiero e paradigmi culturali. Per passare, concettualmente e strategicamente, dalle classiche catene del valore agli attuali ecosistemi del valore ai prossimi multiversi del valore” (Accoto 2020)

From Value Chains To Value Collapses

“Surprisingly, we could dare and then say that perhaps value chains with which companies imagine services and markets no longer exist. Rather, in the wake of a philosophical quantum suggestion, there would be many worlds constantly evoked, measured, and created within and through multiple technoverses (i.e. planetary instantiated technological universes). More and more with data, code in runtime, algorithms, and protocols at various scales, super platforms, stacks and technoversal infostructures operationalize the collapses (of the wave function) of the value. So in my risky foray, we would no longer have to deal with ‘value chains’, but with ‘value collapses’. In perspective, the value will not be produced by chaining, but by collapsing. Technological stacks, therefore, like mega quantum machines that continuously collapse the state of the world and with it the creation of business value. If this makes any exploratory sense, then business patterns and cultural paradigms need to be rethought. To move, conceptually and strategically, from the classic ‘chains of value’ to the current ‘ecosystems of value’ to the emerging ‘multiverses of value'”(Accoto 2020)

Refactoring o del codice degradabile e indecifrabile (Accoto)

“Le operazioni di rifattorizzazione del codice sono chiamate a rivelare la sua complessità nascosta e a rimediare alla sua degradazione nel tempo e nella scala. Così il refactoring del software è una pratica arrischiata e vitale, al contempo indesiderata e inevitabile: deve preservare la leggibilità (e familiarità) umana del codebase di servizi e applicazioni riducendone la complessità non necessaria ed aumentandone la performatività. E senza che questo cambiamento ottimizzante interno al sistema in deterioramento risulti visibile all’esterno. Filosoficamente, il refactoring avverte e affronta il rischio della programmazione come linguaggio degradabile e indecifrabile. Saper leggere questa (degrazione della) nuova scrittura vivente del mondo, allora, deve essere operazione ingegneristica tanto quanto filosofica” (Accoto 2020)

“Code is a living, breathing thing … Refactoring at scale also goes hand-in-hand with refactoring live systems” (Refactoring at Scale, Lemaire, 2020)

“One of the problems with analyzing code is that its written expression represents only its static form before it has been processed. Code is at once what it is and what it does” (Critical Code Studies, Marino, 2020)

“Software refactoring operations are called upon to reveal code hidden complexity and to remedy its degradation over time and scale. Thus software refactoring is a risky and vital practice, at the same time undesired and inevitable. It must preserve the human readability (and familiarity) of the codebase of services and applications reducing its unnecessary complexity and increasing its performativity (optimization of the internal degrading machine state not to be made visible on the outside). So, philosophically, refactoring warns and faces the risk of programming as a degradable and indecipherable language. Knowing how to read (this degradation of) the new living computational writing of the world need to be a software engineering operation as much as a philosophical one “(Accoto 2020)